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10/06/2013
ambiente, crociere, porti

Venezia, le ragioni del no alle grandi navi

dot Venezia, le ragioni del no alle grandi navi
di Paolo Bosso

«Se dieci persone vanno a prendere un caffè con dieci biciclette anziché con un carro armato la differenza c’è oppure no?». Silvio Testa, portavoce del Comitato No Grandi Navi – Laguna bene comune, sintetizza così per il porto di Venezia la differenza tra un turismo crocieristico sostenibile e non. Domenica 9 giugno la laguna è stata teatro di un duro scontro tra manifestanti e polizia. L’immagine simbolo della giornata è quella postata su un account twitter che vede i manifestanti difendersi con i canotti da spiaggia contro le manganellate della polizia. Hanno “abbordato” le grandi navi da crociera con un corteo di protesta, poi hanno cercato di entrare nel cuore del porto ma sono stati bloccati da un cordone della polizia. Al centro la protesta, la più intensa da sette anni a questa parte, il no all’arrivo dei giganti dei mari, responsabili secondo il Comitato di un lento e inesorabile degrado del delicato ecosistema lagunare, senza dimenticare lo squarcio estetico nel vedersi piombare 100mila tonnellate di nave dove un tempo passavano solo gondole. Colpevole è il business del turismo “mordi e fuggi”, remunerativo per gli armatori e insostenibile per la città.
A rendere l’idea di come l’approdo delle grandi navi rappresenti per la città di Venezia una forma di turismo aggressivo ma poco organizzato, poco efficiente, ci sono i dati dell’Autorità portuale che Testa ci tiene a sottolineare: «Dei circa due milioni di crocieristi che ogni anno approdano qui, solo mezzo milione sbarcano effettivamente». Allora come rendere più “disciplinato” questo traffico che muove ogni anno 365 milioni di euro e dà lavoro a 6.500 persone (dati Università Ca' Foscari). Come mantenere nello stesso tempo l’equilibrio lagunare e le centinaia di approdi annuali senza passare a pochi metri da piazza San Marco? Attualmente i progetti istituzionali sono due, entrambi da bocciare secondo Testa. Il primo è quello dell’Autorità portuale, che «caldeggia – spiega Testa - una nuova stazione marittima a Malamocco raggiungibile con un canale-bretella che distruggerebbe il canale storico. L’altro è quello del Comune che vorrebbe una stazione marittima a porto Marghera, con le navi che transiterebbero in ogni caso nel canale di Malamocco».
Il Comitato No Grandi Navi nasce un anno fa, il 6 gennaio 2012, e riunisce i movimenti che dal 2007 si oppongono all’ingresso delle grandi navi da crociera. «Il tema più difficile da comprendere per un non veneziano è l’insostenibilità per una qualunque laguna di reggere l’ingresso di navi di queste dimensioni», spiega Testa che snocciola i dati del dipartimento di ingegneria idraulica dell’Università di Padova: «Continuando con questo ritmo, nel giro di cinquant’anni la profondità media scenderà di mezzo metro arrivando a -2,5 metri». Solo cent’anni fa, quando la Serenissima iniziava a “industrializzarsi”, la profondità media era di appena 45 centimetri. «Venezia rischia di perdere i connotati della laguna, diventando un tratto di mare come un altro, con conseguenze ambientali inimmaginabili» afferma Testa. Qual è la soluzione che propone il Comitato, visto che secondo loro le proposte dell’Authority e del Comune non cambiano alcunché? «La soluzione non è nella delocalizzazione» secondo Testa, almeno non così come pensata dalle istituzioni. Il Comitato vorrebbe un approdo fuori dal centro urbano, fuori dalla laguna, con i passeggeri che verrebbero trasportati verso il porto storico con barche o navi di dimensioni accettabili. E' la differenza che ci passa tra un carro armato e dieci biciclette, «in entrambi i casi il caffè verrà preso lo stesso» osserva Testa. Una soluzione lontana anni luce dalle politiche dell'Autorità portuale e degli armatori, ma che secondo il Comitato incrementerebbe un turismo non solo ecosostenibile, ma anche più efficace, incentivando gli stessi passeggeri a scendere dalle navi anziché ammirare Venezia da un palazzo di dieci piani, «quando poi – conclude il portavoce del Comitato – la Serenissima è fatta per essere ammirata dal basso, non dall’alto». 

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