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15/10/2012
eventi

Un secolo di emigrazione

dot Un secolo di emigrazione

di Marco Molino 

Niente lacrime. Magari non ha neppure sei anni quel bambino avvinghiato al collo della madre, ma non piange (almeno non ancora) perché lo sgomento forse glielo impedisce. E la donna che lo tiene in braccio? Volge le spalle all’obiettivo mentre saluta qualcuno che è già lontano. Ma se potessimo vedere il suo volto, lo troveremmo probabilmente asciutto, scuro e forte, forgiato dal sole dei contadini. Come i tanti che si intuiscono intorno a loro in questa sbiadita immagine di cento anni fa, stanno per essere sradicati dalle quotidiane certezze di una vita che però è misera. Tanto dura da spingerli a fuggire oltre oceano, per approdare in una terra di cui non sanno neanche pronunciare il nome. 

Dall’unità d’Italia fino ai primi anni ’60 del Novecento, si calcola che più di 25 milioni di persone lasciarono il nostro Paese per entrare a far parte di una nuova e poco invidiabile categoria sociale, quella degli emigranti, drenati dalla storia nelle terre più povere della Penisola. Tra il 1876 e il 1900 le partenze avvennero soprattutto da tre regioni del Nord: il Veneto, il Friuli, il Piemonte. Nei due decenni successivi esplose la grande emigrazione dal meridione diretta principalmente verso le Americhe. Le vicende, spesso dolorose, di questo grande esodo sono raccontate dalla mostra “Partono i bastimenti”, organizzata presso la sede dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli dalla Fondazione Roma-Mediterraneo e dalla National Italian American Foundation (NIAF).
 

Nelle asettiche vetrine, consumati frammenti di vite in movimento conservano ancora tutta la loro carica di emozioni. Passaporti, visti, biglietti e gli orari dei piroscafi, gualciti opuscoli di norme e regolamenti. Quei viaggi della speranza verso il “mondo nuovo” riecheggiano nei ritagli di giornali d’epoca, negli spartiti e “copielle” delle canzoni in voga nella Little Italy dei primi decenni del secolo scorso e che sul mito dei migranti edificarono l’epopea del riscatto di un intero popolo. Una delle più famose s’intitolava “A disperazione ’America”. E poi le fruste valigie e i bauli tenuti con lo spago che si ammassavano sul moli e oggi ad Ellis Island occupano una grande sala dell’ Immigration Museum. Proprio in questa isoletta posta di fronte a Manhattan venivano sbarcati uomini, donne e bambini disorientati per essere schedati e sottoposti alla tortura delle visite mediche. L’impatto con il continente americano era traumatico e la vita che molti si accingevano a condurre nei quartieri-ghetto ai margini dei crescenti grattacieli non era certo più facile di quella abbandonata nei borghi natii. Le strade del “grande paese” potevano essere anche crudeli, ma di certo le prospettive erano migliori.

“Nella storia del nostro Paese - racconta Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Roma-Mediterraneo - una delle pagine più intense del travaglio sociale è rappresentata dal fenomeno dell’emigrazione, che vide come protagonisti tutti coloro che scelsero di abbandonare le loro case e i loro affetti per trasferirsi lontano, spinti dalla povertà diffusa in molte regioni d’Italia, dalla carenza di terre coltivabili e di materie prime, nonché dal declino dei vecchi mestieri artigiani e delle industrie domestiche. Tale forza lavoro ha costituito la premessa per la crescita di vaste aree del pianeta, come gli Stati Uniti, l’Australia e l’America Latina”.                                                                          

In quest’avventura collettiva un ruolo fondamentale lo hanno avuto le navi che attraversavano incessantemente l’Atlantico nei due sensi: la “Carolina”, la “Duilio”, o le tante carrette del mare stipate di corpi e sofferenza. Genova, Palermo, soprattutto Napoli erano gli scali di partenza. E proprio nel capoluogo partenopeo – dove la mostra allestita al Suor Orsola rimarrà aperta fino al 13 dicembre – il Propeller Club vorrebbe creare un museo del mare e dell’emigrazione in un’affascinante collocazione: il molo San Vincenzo del porto. L’idea, spiega il numero uno dell’associazione, Umberto Masucci, ha già ricevuto l’apprezzamento del sindaco De Magistris, però c’è da risolvere il problema dell’accesso all’antica banchina, che attualmente è zona militare per la presenza degli uffici della Marina. Ma nel porto ogni pietra nera del selciato, ogni levigato blocco che sfida le onde lungo gli approdi è come un fossile che ha stratificato storie ed emozioni. L’epopea dell’emigrazione è ancora in gran parte cristallizzata lì, sotto i nostri piedi distratti, vibrante di umanità.

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