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30/04/2013
politiche marittime

Un Codice antipirati per l'Africa Occidentale

dot Un Codice antipirati per l'Africa Occidentale
di Renato Imbruglia 
 
I paesi dell’Africa Occidentale stanno lavorando per l’adozione di un trattato di cooperazione per ridurre l’incidenza della pirateria e degli attacchi alle navi che transitano nel Golfo di Guinea e nelle zone limitrofe. Se tutto andrà come previsto, a metà maggio dovrebbe avvenire la ratifica di un Codice portato avanti dall’ECOWAS (Economic Community of West Africa States) e dall’ECCAS (Economic Community of Central African States). L’obbiettivo è di mettere in atto tutte le possibili strategie che possano consentire la diminuzione degli attacchi pirata e allo stesso tempo consentire la creazione di infrastrutture e di organizzazioni territoriali capaci di sviluppare contromisure nazionali che possano portare a maggiore stabilità e sicurezza. L’iniziativa prende spunto dal Djibouti Code of Conduct, un accordo ratificato il 29 gennaio 2009 e portato avanti dall’IMO tra i paesi del Golfo di Aden per contrastare la pirateria somala, che sta dando ottimi risultati.
Tra gli strumenti di maggior efficacia del Codice per l’Africa Occidentale, ci sarà lo scambio di informazioni tra i paesi firmatari e le loro istituzioni e forze di polizia. In questo modo si potranno avere banche dati e analisi dettagliate, che permetteranno anche di perseguire i pirati e i ladri su scala internazionale. Il Codice, per quanto ne si sa, non dovrebbe affrontare direttamente il tema delle guardie armate a bordo delle navi nelle acque territoriali. Questo aspetto sarà regolamentato dai vari stati in maniera discrezionale, cercando chiaramente di evitare che le azioni intraprese non siano vane per mancanza di autodifesa delle navi, ma tenendo fermo il punto della sovranità nazionale e della limitazione dell’uso di armi.
Nonostante questa ferma volontà, sono già diverse le società di guardie armate che prevedono un possibile utilizzo delle loro squadre nelle acque territoriali, come ad esempio la “Sea Marshals”, tra i leader del settore. Infatti, è possibile una modifica degli accordi fin qui intrapresi: in base a certificati e rigide regole da rispettare non è da escludere che si potranno arruolare guardie armate capaci di intervenire anche durante la navigazione nelle acque territoriali. Questo aspetto è controverso: non solo per le ragioni di diritto nazionale e internazionale che riguardano l’uso di armi da parte di terzi, che sono abbastanza evidenti, ma per un motivo che riguarda lo sviluppo a lungo periodo. Vista l’efficacia che le guardie armate a bordo hanno avuto nelle acque infestate dai pirati, il loro utilizzo implicherebbe una drastica riduzione delle industrie marittime e della Comunità Internazionale allo sviluppo di programmi economici, sociali, istituzionali e umanitari. Con le guardie armate, il problema viene parzialmente risolto, ed investire soldi e tempo su altri progetti diventa secondario. Per questo motivo, i Paesi contraenti si stanno dirigendo verso un utilizzo delle guardie armate se però ci sarà una collaborazione di queste con le istituzioni locali e le varie forze di polizia. In questo modo si potranno affrontare gli attacchi di pirateria e però anche contribuire a formare personale locale capace di fronteggiare tale minaccia. Infatti, visti anche i soggetti promotori del Codice, l’obbiettivo principale è la riduzione della pirateria in maniera “sostenibile”, capace di portare sviluppo locale e rafforzare le istituzioni. Questo aspetto ha fatto sì che l’IMO abbia dato il proprio supporto. Ed è effettivamente necessario che l’Africa Occidentale porti avanti un progetto a 360 gradi contro la pirateria, come possibile volano di sviluppo e stabilità. Per una volta, paradossalmente, le guardie armate appaiono come soluzione troppo efficace.

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