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01/10/2010

Tagli alla tassa di ancoraggio, pressing del Pd sul governo

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Tagli alla tassa di ancoraggio, pressing del Pd sul governo
La questione della scarsa competitività dei porti hub italiani ritorna con forza a farsi sentire nel governo. Un ordine del giorno firmato dal Pd impegna il governo a includere, già con il prossimo provvedimento utile, l'uso degli avanzi di amministrazione delle Autorità Portuali tra le modalità di copertura delle eventuali riduzioni delle tasse di ancoraggio. Il Pd ci aveva già provato in Senato, ma in quel caso la richiesta di riparlarne non aveva sortito effetti. L’emendamento era stato respinto senza troppi complimenti. Ora due parlamentari eletti a Taranto e Cagliari (nella foto), Ludovico Vico e Paolo Fadda, in veste di rappresentanti degli interessi di due dei porti di transhipment (l’altro è quello di Gioia Tauro), riescono così a strappare un impegno all’attuale esecutivo. Della limatura delle tasse di ancoraggio e della possibilità di attingere dagli avanzi di amministrazione si occuperà il prossimo provvedimento utile in materia.
 
Perché tagliare la tassa di ancoraggio? In gioco ci sono i traffici marittimi del Mediterraneo e la concorrenza dei porti nordafricani, principalmente Port Said, Tangeri e Algesiras. Dopo la nascita di Imeta, associazione che raccoglie i tre porti di transhipment italiani, il porto di Gioia Tauro è stato il primo ad avviare il taglio alla tassa di ancoraggio. Grazie all’abbattimento dei costi lo scalo calabrese ha immediatamente goduto degli effetti positivi: il porto è ritornato in attivo nel traffico container del 15% e del 30% tra aprile e luglio. Il taglio all’ancoraggio vale su tutte le navi, divise in due tipologie: quelle di stazza lorda inferiore alle 50mila tonnellate hanno una riduzione del 60%, mentre quelle che superano le 50mila tonnellate lo sconto è del 90%. 
Grazie al decreto “mille proroghe” approvato dal governo a febbraio, le Autorità portuali sono autorizzate a ridurre le tasse di ancoraggio, ma a condizione che lo facciano attingendo alle proprie risorse senza gravare sulle casse pubbliche. In altre parole le autorità portuali devono dimostrare, documenti alla mano, di possedere congrue somme di avanzi di bilancio e i conti in progressivo e costante risanamento.
 
I dubbi del Tesoro. Il Ministero dell'Economia ha sempre espresso le sue perplessità con queste motivazioni: “la riduzione delle tasse di ancoraggio (ai sensi dell'articolo 5 comma 7 duodecies del decreto-legge 30 dicembre 2009 n. 194) deve operare in corrispondenza della riduzione delle spese correnti, ovvero a un aumento delle entrate, poiché il gettito delle tasse erariali e di ancoraggio sono destinate in via prioritaria alle spese connesse alla manutenzione ordinaria e straordinaria”.
 
L’ordine del giorno del Pd pone un punto fermo: le Autorità portuali che hanno risanato devono poter competere e il governo deve impegnarsi in tale direzione.
«Il temuto peggioramento dei saldi di finanza pubblica - spiega Ludovico Vico, tra i promotori dell’iniziativa - sarebbe molto più pesante qualora fossero effettivamente applicate le suddette norme secondo l’interpretazione del Ministero dell’economia e delle finanze, in quanto gli armatori sceglierebbero i porti, come quello di Malta, Tangeri e Algesiras che applicano tasse di ancoraggio molto inferiori, provocando una forte diminuzione degli introiti delle tasse di ancoraggio per il traffico di transhipment nelle casse delle Autorità portuali di Cagliari, Gioia Tauro e Taranto».
In sintesi: con quest’ordine del giorno sono in gioco l’utilizzo degli avanzi delle Autorità Portuali.

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