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07/01/2013
politiche marittime

Speciale pirateria, in Nigeria l'altra faccia degli attacchi

dot Speciale pirateria, in Nigeria l'altra faccia degli attacchi
di Renato Imbruglia 
 
Il recente attacco pirata del 23 dicembre contro la nave italiana Asso Ventuno, con il rapimento di tre marittimi campani, ha portato alla ribalta il fenomeno della pirateria sulle coste occidentali dell’Africa. Fino ad oggi quando si parlava di pirateria si faceva implicitamente riferimento alle coste della Somalia e del Corno d’Africa; adesso si presenta un nuovo scenario che riguarda paesi come Angola, Nigeria, Guinea, Laos.
Nel Golfo di Guinea il problema della pirateria è radicato da diversi anni. I primi attacchi si sono registrati nel 2005 e sono poi cresciuti fino all’ultimo biennio. Ora il fenomeno è esploso definitivamente anche qui. Come si sta cercando di affrontare il problema della pirateria nel Golfo di Guinea? Quali sono le sue caratteristiche? 
 
La pirateria è definita all’art.108 della UNCLOS (United Nation Convention of the Law Of the Sea):
Per pirateria si intende ciascuno dei seguenti fatti:
(a)Ogni atto illegale di violenza o detenzione,o ogni atto di depredazione, commesso per scopi privati da un gruppo di passeggeri di una imbarcazione o aeromobile privato, e diretto:
(i) in alto mare, contro un’altra imbarcazione o aeromobile, contro persone o proprietà di bordo come imbarcazioni o areomobili;
(ii) contro una imbarcazione, aeromobile, persone o proprietà in spazi fuori la giurisdizione di qualunque Stato;
(b) ogni atto o partecipazione volontaria nell’operazione di una nave o aeromobile conosciuta come pirata;
(c) ogni incitazione o intenzionale che faciliti gli atti ai sottoparagrafi (a) o (b).

Uno dei punti di analisi più interessanti sul fenomeno della pirateria nel Golfo di Guinea è stato fornito da Chris Trelawny, che lavora presso l’IMO (International Maritime Organization) nella Maritime Safety Division (MSD). Trelawny spiega che si tratta di un reato che vale solo dalle 12 miglia in poi, cioè nelle acque non territoriali. Se gli attacchi sono entro le 12 miglia, non si può parlare di pirateria ma di ladri, e infatti la risoluzione dell’IMO A.1025 (26) definisce "Rapina a mano armata contro una imbarcazione" ciascuno dei seguenti atti:
(a) ogni atto di violenza, detenzione, depredazione o minaccia commesso per scopi private e diretto contro una imbarcazione, persone, proprietà di bordo all’interno di acque di Stato, acque di arcipelago e acque territoriali;
(b) ogni atto di incitazione o che faciliti intenzionalmente uno degli atti sopra descritti.

Questa differenza è molto importante ed è una differenza di diritto: la pirateria è un crimine internazionale e può essere perseguito come tale da qualsiasi Stato si senta offeso, nei modi ritenuti più adatti, ma si deve compiere fuori dalla giurisdizione nazionale. Infatti, se gli attacchi sono nelle acque territoriali, è compito del paese di riferimento indagare e debellare il fenomeno. Partendo da questo assioma, e seguendo il ragionamento di Trelawny, si deve considerare il fatto che, se gli attacchi sono registrati nelle acque territoriali, diventa difficile, in base alle norme stabilite, l’adozione e l’utilizzo di guardie armate a bordo delle navi, in quanto manca il requisito di crimine internazionale che è ritenuto importante per poter legittimare questo tipo di auto difesa.
Sebbene il fenomeno della pirateria nel Golfo di Guinea sia diventato rilevante dal 2005, già dal 2002 si sono registrati i primi attacchi ma il modo in cui sono stati registrati è altanelante. Secondo i dati in possesso dell’IMO, probabilmente sottostime, in dieci anni si sono registrati 180 attacchi in acque internazionali, 173 attacchi in acque territoriali, 270 attacchi nei porti. Quindi nel Golfo di Guinea le navi attaccate sono in gran parte un problema di diritto interno, non si può parlare esclusivamente di pirateria. 
Le unità maggiormente attaccate sono navi che portano prodotti chimici e petrolio. Questa caratterizzazione ci introduce ad una delle più importanti distinzioni tra gli attacchi di pirateria che siamo abituati a vedere in Somalia e la pirateria nell’Africa Occidentale. Nel Golfo di Guinea infatti l’obbiettivo dei ladri, o pirati, è il carico della nave, che generalmente viene rubato; in Somalia invece l’equipaggio e la nave sono l’obbiettivo per poter ottenere pagamento per la liberazione degli ostaggi. Questo secondo tipo di pirateria si traduce in maggiori violenze e pericolosità per le persone e le navi.
Tenendo presenti le statistiche dell’IMO sulla ripartizione tra attacchi in acque internazionali e acque nazionali, va da sé che il discorso non può più essere incentrato solo sull’obbiettivo di debellare la pirateria. 
Nel contesto dell’Africa Occidentale, quello che emerge è una mancanza di controllo e di sicurezza lungo la fascia costiera del Golfo di Guinea. Nonostante alcuni Paesi (Francia, Giappone, UK, USA) stiano cercando di sviluppare specifici programmi per uno sviluppo economico e sociale in queste aree, restano ancora molti interrogativi a cui la comunità internazionale dovrebbe dare una risposta affinché si possano poi adottare le misure adeguate per contrastare sia la pirateria, sia gli attacchi in acque nazionali.
Trelawney sostiene infatti che diventa difficile immaginare un diretto coinvolgimento di Organizzazioni internazionali come l’IMO e altre se non si riesce a rintracciare il petrolio rubato e se non si riescono a creare della basi per un reale sviluppo locale. Inoltre c’è un aspetto molto importante che deriva dagli attacchi alle navi: la pesca locale rischia di entrare in crisi. Intere economie costiere dipendono dalla pesca ed il mare dell’Africa Occidentale è tra i più pescosi; i continui assalti alle navi ed il forte traffico di droga, armi e uomini che si è creato nel Golfo di Guinea rischia di minare la pesca legale, aprendo cosi numerosi problemi di sicurezza e stabilità sociale.
La Shell ha una grande produzione in Nigeria, il petrolio viene poi trasferito via mare in tutto il mondo. Ogni giorno vengono rubati almeno 150mila barili di petrolio dal delta del fiume Niger. Parte di questi furti sono destinati al mercato interno, mentre un’altra parte, ed è un dato importante, vengono rigirati sul mercato internazionale. Questi continui furti, di non poco conto, sono diventati una piaga per il paese e per il buon andamento dell’economia locale. I tentativi specifici messi in atto per contrastare tale attività non hanno dato i frutti sperati per una serie di motivi, tra cui l’instabilità e le crisi sociali. Tony Attah è uno dei manager della Shell che ha grandi interessi nel Golfo di Guinea e sfrutta i giacimenti presenti. Il suo parere non riguarda direttamente la pirateria, ma a mio modo di vedere è forse il più interessante per le implicazioni che può avere sull’economia locale, e quindi sulla pirateria, svelando alcuni aspetti non troppo conosciuti. Attah dichiara di non poter sapere dove va il petrolio rubato, ma che certamente vi sono enormi organizzazioni che gestiscono tale traffico e anche reti di terroristi e di traffici illegali di tutti i tipi che si alimentano con questi furti e attività; il conseguente  inquinamento ambientale è un problema serio per una zona che potrebbe fare del turismo un proprio punto di forza. Nel Golfo di Guinea, la pirateria, dunque, appare come uno degli strumenti tra i tanti disponibili che alimentano un sistema criminale, che minaccia la stabilità dell’area.

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