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24/01/2010

Sindacati: "Aiutiamo il transhipment", ma Genova non è d'accordo

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Sindacati: "Aiutiamo il transhipment", ma Genova non è d'accordo
I sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti chiedono al governo misure normative per proteggere i porti italiani di transhipment dal pesante calo registrato in questi ultimi mesi.
«Le attività – spiegano i sindacati in una lettera diretta al Ministro Altero Matteoli - svolte dai porti di transhipment, per loro natura estremamente fungibili, sono ancora più esposte alla concorrenza». Secondo i sindacati «lo sviluppo dei porti del Nord Africa sta determinando le condizioni per un ridimensionamento dell’attività svolta in Italia con lo spostamento dei grandi armatori su altri porti, con il rischio che si possa produrre un graduale abbandono dell’attività con la chiusura dei porti coinvolti, in particolar modo il porto di Gioia Tauro». A Gioia Tauro è stata attivata la cassa integrazione per il 40% del personale dipendente, a Taranto per  la quasi totalità dei lavoratori e Cagliari e La Spezia sono in notevole difficoltà. Insomma la situazione è pesante, «con la conseguenza – spiegano i sindacati - che alla fine del periodo gestito attraverso gli ammortizzatori sociali le aziende avvieranno ristrutturazioni definitive dell’attività con ripercussioni pesantissime sull’intera economia del territorio su cui insiste il porto stesso». Secondo Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti è «evidente la necessità di introdurre una specifica normativa che differenzi l’attività dei porti di transhipment individuando particolari condizioni che garantiscano al sistema Italiano di poter continuare a competere nel panorama mondiale, misure, per altro, già adottate dagli altri paesi della Comunità Europea». 
Ma non tutti sono d’accordo. Il presidente dell’Autorità Portuale di Genova Luigi Merlo non usa mezzi termini. In un’intervista al Secolo XIX spiega come gli hub di transhipment in italia non hanno futuro. Secondo Merlo gli ammortizzatori sociali sono necessari in un momento così delicato «ma subito dopo facciamo un discorso di verità: gli hub di transhipment italiani non hanno futuro. E non ha senso drenare risorse pubbliche per tentare di far stare in piedi delle realtà che in piedi da sole non ci stanno. Magari togliendole ad altri scali come quelli dell’Alto Tirreno o dell’Adriatico». La crisi sta attanagliando anche i grandi gruppi come Contship, Evergreen e i sindacati chiedono interventi a favore degli scali del sud. Ma Merlo avverte: «Rischiamo di affossare con politiche sbagliate tutta la portualità italiana». Per Merlo non ci sono le condizioni per competere con le attività degli altri porti del Mediterraneo. «Basta mettere in fila – spiega Merlo - la capacità di transhipment presente sulle coste del Mediterraneo oggi, dopo l’enorme sviluppo degli ultimi due anni, per capirlo. Da est a ovest: in Egitto ci sono Port Said e Damietta, che sarà sviluppato. Poi c’è lo storico scalo di Malta. Algeciras, in Spagna, tra pochi mesi avrà un terminal dedicato per Hanjin. Nel 2007 è arrivato Tanger Med che traguarda i 5 milioni di teu al 2012. Poi, se Dp World tiene, in Algeria c’è il progetto di Djen-Djen, 350 chilometri da Algeri per 1,5 milioni di contenitori. Poi Enfidha, nel Golfo di Hammamet, la grande scommessa tunisina per una capacità 5 milioni di contenitori».

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