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26/04/2011
ambiente

Proteggere i pesci con le piattaforme offshore

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Proteggere i pesci con le piattaforme offshore
Perché non trasformare le piattaforme petrolifere da demolire in vivai di pesci e proteggerli così dalla pesca a strascico? Se lo chiedono gli scienziati dell’Università di tecnologia di Sidney che hanno studiato gli impianti di trivellazione offshore, circa 6mila in tutto il globo. 
La legge impone la rimozione delle strutture dopo 20 anni di attività, con lo studio dell’università australiana potrebbero invece rimanere al loro posto. «Vi è un gran numero di piattaforme da smantellare in un prossimo futuro, perché hanno raggiunto la fine della loro vita produttiva, oppure perché non c'é più petrolio, e si pone la questione di cosa fare con queste strutture», si chiede Peter Macreadie, hancellor's Postdoctoral Research Fellow dell’Università di Sidney,  intervistato dalla rivista Usa Frontiers in Ecology and the Environment. Secondo il professore «nel mare profondo non vi sono molti habitat con strutture solide come i banchi corallini, e l'aggiunta di nuove strutture può potenziare la popolazione delle specie ittiche». Si tratterebbe di una soluzione che andrebbe a giovare sullo stato di salute della fauna marina dando un duro colpo ai pescherecci illegali che operano in aree di acque profonde. La pesca a strascico è «devastante – spiega Mscreadie - le specie di profondità hanno tassi di crescita molto lenti, si riproducono tardi nella vita, anche dopo 30 anni, e sono vulnerabili allo sfruttamento. Formano grandi aggregazioni attorno a strutture di profondità, che sono molto rare. Quando i pescatori scoprono tali aggregazioni, possono decimare intere popolazioni, molte generazioni, con un solo blitz delle loro reti. Da qui l'idea delle piattaforme in disuso, che hanno molto spazio vuoto all'interno dove i pesci possono rifugiarsi al sicuro dai pescherecci». Come mettere questa ipotesi in forma di legge? «La legislazione corrente richiede che siano smantellate, rimosse e riciclate a terra – risponde il ricercatore australiano - ma bisogna rendersi conto che vi è un utilizzo molto migliore, oltre al fatto che manca ancora la tecnologia per rimuoverle».

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