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24/07/2015
politiche marittime

Porti, non esiste soltanto il northern range

dot Porti, non esiste soltanto il northern range
di Paolo Bosso 

Esiste una politica dei porti in Europa? Potrebbe, dovrebbe, ma purtroppo non esiste. E per un motivo semplice: la politica portuale europea è un surrogato, un'emanazione indiretta, dei progetti di finanziamento provenienti dalla Banca centrale europea. Questa è l’opinione degli accademici, degli architetti e dei sociologi che si occupano di trasporti e logistica.
Nel Vecchio Continente c'è una forte politica economica – il negoziato di questi ultimi mesi tra Ue e Grecia ne è il paradigma - ma non una politica interstatale, militare, sociale, urbanistica e, infine, portuale. Ma quale dovrebbe essere una politica portuale europea? Qualcosa che prenda a modello i porti più grandi, quelli del northern range, o un sistema che lasci ai singoli stati la propria portualità? L'Italia e la Francia, per esempio, sono molto più simili tra loro che non con i porti d'Olanda o del Belgio, un concetto espresso pochi giorni fa dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio all'assemblea Assoporti. Di questa portualità europea s'ha da fare e modelli-paradigma per i singoli Stati membri ne abbiamo parlato con il sociologo del lavoro Salvatore Maugeri, professore all'Università di Orlèans ed esperto di trasporto e flusso delle merci.

Professore Maugeri, esiste una politica europea dei porti?
Non credo. C'è soltanto la Banca centrale europea, da cui provengono i soldi per finanziare le infrastrutture, ma questo non basta per realizzare una politica europea dei porti. D’altronde, che senso ha parlare di una politica comune, cioè di uno sforzo unico per vincere nella competizione mondiale, quando siamo di fronte a un'entità fondamentalmente eterogenea, con delle culture, delle storie così diverse e, il che complica le cose, in lotta continua al suo interno? Prima di parlare di politica comune, in qualsiasi settore dell’economia, anche portuale, bisognerebbe prima chiarire il concetto di comunità europea. Se il principio di base è quello della competizione a tutti costi di tutti contro tutti, com'è possibile immaginare uno sforzo coordinato, collaborativo, mirando a uno stesso obiettivo? Nel periodo storico che viviamo oggi pare che tutti i concetti siano storti, le parole perdendo il loro significato comune.
 
Cosa manca?
Un'idea chiara di cosa sia un'associazione tra paesi. Qual è lo scopo comune, ce lo stiamo chiedendo? Abbiamo piegato tutte le leggi a quella dell’arricchimento di una minoranza, pensando che questa logica portasse con se un miglioramento della situazione di tutti gli altri. È chiaro ormai che questa strada è sbagliata. La crescità del Pil non c’è più. La disoccupazione è diventata la piaga principale della nostra società, con l’abbassamento sempre peggiore delle condizioni di vita di una massa via via sempre più larga e pesante di persone. Ci manca totalmente un orizzonte non solo economico, ma ho voglia di dire escatologico: che fine farà l’umanità? Cosa vogliamo fare, arricchirci sulle spalle dell’altro, in base alla conoscenza dei meccanismi politico-economici - “tanto peggio per gli altri” -, o governare un'entità geografico-umana, all’interno di confini ben definiti, di leggi chiare e stabili, curandosi del bene comune? La politica portuale è una sottocategoria di questo tipo di problematica. Così non c’è da meravigliarsi nel constatare la carenza di una politica comunitaria sui porti: non abbiamo scelto ancora tra cooperazione e competizione, e così stiamo in mezzo al mare, ma senza bussola. Comunque sia, direi che una strategia comune di tipo europeo per i porti non significherebbe gestire i porti allo stesso modo, ma identificare alcuni modelli, a seconda della situazione geografica, sociale, storica, culturale, dei singoli paesi.
 
Ovvero?
C'è una dimensione che è sempre stata trascurata: quella delle specificità del singolo paese. Non è possibile creare un'unica governance portuale di tipo europeo trascurando le identità portuali dei singoli Stati. Sembra paradossale, ma una politica europea dei trasporti dovrebbe lasciare che ogni Stato abbia la sua portualità, ma all'interno di un disegno generale, i cui obiettivi socio-economici dovrebbero essere chiariti meglio. Non si può snaturare la portualità statale in nome di un'astratta, perché puramente economica, “politica europea dei trasporti”. Si prenda la portualità anseatica, è di tipo municipale, e per una ragione: i porti sono pochi e hanno avuto la possibilità di crescere, gli addetti ai lavori lo sanno bene. Ma lo stesso modello non si può applicare in Francia o in Italia, dove i porti sono molti di più, i paesi stessi più estesi e popolosi, e di conseguenza la merce da spartire più preziosa. 
È chiaro che ormai i porti delle coste del Nord Europa sono in grosso vantaggio. Molta merce francese, italiana, austriaca, svizzera, arriva da lì invece di seguire le strade più corte e arrivare direttamente nei paesi di destinazione finale. Bisognerebbe ridisegnare i flussi in base ad altri criteri che quelli meramente economici, quando poi con questo termine si definisce una visone ristretta della stessa economia. Se si vuole un mondo, almeno un po', globalizzato, è assurdo spendere soldi per sforzarsi di imitare i porti settentrionali. Vogliamo creare in tutti paesi europei una Rotterdam, un'Anversa, tirando ognuno dalla sua parte, in una lotta a morte? Sarebbe un incubo, ambientale prima di tutto. Questi fattori devono essere considerati in primo luogo in una prospettiva economica e occupazionale, che sono per il momento, tutto sommato, gli argomenti che padroneggiano i discorsi sui porti. Dietro questi problemi c’è sempre la stessa domanda: che tipo di cittadinanza, che tipo di società vogliamo? Questo tipo di impostazione concettuale basterebbe per rendersi conto che bisogna smetterla di paragonare northern range e Atlantico, Nord Europa e Mediterraneo come aree che dovrebbero offrire lo stesso tipo di portualità, in una lotta di tutti contro tutti.
 
Deduco che portualità francese e italiana hanno qualcosa in comune.
Si somigliano. In entrambe le authorities hanno comitati portuali e revisori dei conti, organi politici, organi esecutivi e di consiglio, ed entrambi soffrono del conflitto di interessi che caratterizza i comitati. In Francia lo spazio portuale (place portuale) è un po’ meno atomizzato che in Italia, grazie a rappresentanze più coese come le unione maritime degli operatori commerciali, più efficaci dell’Italia a federare le forze locali per realizzare progetti comuni, per esempio nelle infrastrutture informatiche. Al contrario a Genova, uno dei porti italiani che conosco meglio, l’informatizzazione del porto è stata avviata su iniziativa della sola autorità portuale, ed è merito di questa se alla fine la rete degli operatori è coesa, sia burocraticamente che economicamente, attraverso un progetto unico: l'e-porto. Ma detto questo, sia in Italia che in Francia non c'è armonizzazione tra le strategie dei singoli porti, che risultano così individualisti - anche se stanno spuntando dei progetti interportuali, tra cui il più maturo è quello di Haropa, un’associazione tra i porti di Le Havre, Rouen e Parigi. 
Questa mancanza di armonia genera una folle portualità regionale, scollata da quella nazionale. Tutti vogliono essere i primi nei container, senza chiedersi quale sia il traffico più adatto per il proprio porto e quale debba essere il volume sostenibile di merce in transito. Vogliamo il porto di Genova e Napoli grandi come quelli di Amburgo e Rotterdam. Sarebbe questa la migliore soluzione per l’Italia? 
 
Di cosa avrebbe bisogno il nostro paese?
Probabilmente, come dicono in molti, di una certa autonomia finanziaria, cosicché le autorità portuali siano in grado di condurre progetti di svilluppo decisi dalla comunità, senza però abbandonare un disegno nazionale della portualità. I porti virtuosi devono sicuramente essere premiati, sennò sprechiamo i finanziamenti, e questo nessuno lo può sopportare.
 
Ma così si creano porti di serie A e B.
No se, come ha sottolineato l'ex presidente Assoporti Luigi Merlo, si mette in piedi un meccanismo di perequazione per aiutare i più piccoli. In Germania, per esempio, i lander non portuali hanno l’obbligo di contribuire al finanziamento dei lander portuali per lo svillupo dell’economia del mare. Insomma, c’è bisogno di solidarietà e di un minimo di programmazione nazionale. Ma per far questo bisogna centralizzare la politica portuale, creando rappresentanze in seno al governo e dando agli organi politici i mezzi per realizzare i progetti pianificati. Il grosso problema dell'Italia è che c'è tuttora un controllo centralistico dei finanziamenti, senza una visione globale, mirata al bene comune. I soldi si sprecano e si disperdono in modo clientelare, rendendo impossibile una politica nazionale e razionale dei trasporti. In sintesi, direi che la gestione dei porti dovrebbe essere regionale, con una regia nazionale pensata in funzione dell’interesse generale, e non delle singole categorie.

Un modello regionale e centralizzato.
Esatto. Lo Stato governa, ma la gestione dei fondi è localizzata, in base a certi indicatori di efficienze da stabilire collegialmente, altrimenti i soldi si sprecano. E questo, nessun cittadino è disposto a sopportarlo.
 
Immagine in alto, un panorama del videogioco Grand Theft Auto 5 
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