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20/01/2014
politiche marittime

Pirateria, meglio i militari o i contactors?

dot Pirateria, meglio i militari o i contactors?
di Renato Imbruglia 

«Ci si sente più sicuri sapendo che si possono iniziare delle sparatorie in mare o sapendo di poter contare su gruppi militari di supporto?». La domanda retorica se l’è posta Filippo Foffi, comandante in capo della Squadra Navale della Marina Militare, intervenendo al convegno “The threat of contemporary piracy and the role of International community”, tenutosi il 28 novembre a Roma. Un evento nel quale si è discusso principalmente delle strategie di difesa messe in atto finora contro il fenomeno, sottolineando cosa di buono è stato fatto. «Le soluzioni a breve termine – spiega Foffi - non convengono perché non creano reale sicurezza». In altre parole, la pirateria, almeno quella del golfo di Aden, si combatte con le forse militari internazionali.
L’area del Corno d’Africa e le estremità del Mar Rosso costituiscono uno dei choke point della navigazione dove passa il 95% della flotta commerciale mondiale. Il mar Mediterraneo, spiega Foffi, «rappresenta l’1% della superficie terrestre, con un traffico commerciale che rappresenta il 20% del totale». Dal 2008 sono aumentate le rotte commerciali che circumnavigano l’Africa. Poiché raggiungono i porti del nord dell’Europa allungando soltanto di pochi giorni la navigazione, rappresentano un’alternativa credibile. Contemporaneamente però, da quando la pirateria è diventata un’emergenza mondiale per il numero di attacchi registrati e da quando sono state attuate diverse Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu che hanno coinvolto attivamente gli Stati, sono state messe in campo molte azioni di contrasto, come la missione Atalanta che ha visto la partecipazione della Marina Militare italiana. Per Foffi il pattugliamento delle acque e la presenza delle navi militari rappresenta la migliore arma di deterrenza e di contrasto alla pirateria, migliore dell’utilizzo delle guardie armate a bordo. Attualmente la pirateria in Somalia ha raggiunto, in base al report dell’International Maritime Bureau di ottobre 2013, i suoi minimi storici. Per la Marina è il risultato di anni di politiche e programmi ben svolti che vanno però mantenuti.
Per quanto riguarda la difesa armata di bordo, Baldwin De Vidts, vicepresidente dell’International Institute of Humanitarian Law, ha osservato che, pur trattandosi di una forma di autodifesa riconosciuta a tutti i livelli giuridici, sia nazionali che internazionali, può creare non pochi problemi di comando all’interno della nave: «Difficoltà di rapporti che si possono creare con il comandante della nave, difficoltà a valutare quando e come reagire a presunti attacchi, chi decide quando e come sparare, eventuali ritorsioni sugli equipaggi rapiti nonostante l’autodifesa». 
Se quindi la Marina è ovviamente propensa all’uso della forza armata internazionale, di diverso avviso sono i proprietari delle navi, gli armatori, che invece propendono per una gestione autonoma della difesa attraverso i contractor. Giles Noakes, responsabile della sicurezza marittima per la Bimco (che rappresenta il 65% degli armatori del mondo) ha affermato: «Gli armatori non vogliono pagare per misure anti pirateria poiché già pagano le tasse agli Stati di appartenenza e non c’è motivo per spendere altri soldi». L’unico obiettivo degli armatori è avere sicurezza certa durante la navigazione e lo strumento che, secondo Bimco, meglio di tutti la garantisce sono le guardie armate a bordo, pur raccomandando alle navi di adottare le Best Management Practices. Bimco, afferma chiaramente Noakes, «vuole solo avere norme chiare che valgano per tutti» e che quindi si muovono autonomamente, nel caso specifico attraverso il contratto Guardconquello usato da Bimco per assumere i contractors. Infine, per quanto riguarda i riscatti, Bimco sostiene che non possono essere un’opzione: «Non si possono discutere i riscatti: levare i riscatti implica che nessuno accetterebbe di navigare in quelle acque», ovvero sono l’unico elemento che garantisce la liberazione della nave e dell’equipaggio. 
Fin qui si è trattato di misure di difesa delle navi, che rappresenta soltanto una piccola parte degli strumenti da mettere in atto per affrontare il fenomeno in sé. Forza militare, privata e non, una base giuridica dove operare legittimamente e programmi sociali ed economici per la Somalia, saranno sempre questi i tre fattori per debellare il fenomeno. «Fino ad ora le condanne sono sempre state per pirateria, nessuna per organizzazione della pirateria» osserva Jonathan Lucas, direttore del United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute, sottolineando che si condannano i singoli pirati, più facili da arrestare, mentre i capi che gestiscono le varie bande non vengono toccati.

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