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22/03/2018
storie

Napoli sulle antiche rotte del cibo

dot Napoli sulle antiche rotte del cibo

di Marco Molino - (da ViviCampania, supplemento del Corriere del Mezzogiorno del 22 marzo) 

 

Un meticoloso capitano ha appena terminato di redigere la polizza di carico per il suo brigantino, pronto a salpare dal porto di Genova alla volta di Napoli. E’ la mattina del 10 marzo 1821. Nel documento, sigillato con la cera rossa, c’è scritto proprio tutto in merito alla quantità e allo stato dei “grani teneri di Odessa” che stanno per essere trasportati fino allo scalo meridionale. Una paginetta vergata con cura, come tante altre che ogni giorno vengono compilate tra le navi in partenza. Il solerte comandante l’ha infatti subito messa da parte e si accinge a sbrigare altre faccende. Mai immaginerebbe che alcuni studiosi dell’Archivio di Stato partenopeo, dopo quasi due secoli, decideranno di riaprire la nota ormai ingiallita per analizzarne il contenuto e svelare nuovi dettagli sulle rotte del cibo tra la capitale del Mezzogiorno e il mondo.

 

Come un messaggio in bottiglia
Per i ricercatori quel banale foglietto è come un messaggio in bottiglia giunto da un’altra epoca per raccontarci un frammento di vita e abitudini, ma in grado pure di fornire utili notizie sull’evoluzione delle attività commerciali. “Nei documenti che abbiamo esaminato c’è il traffico di prodotti agricoli importati ed esportati dalla capitale del regno angioino e aragonese, poi del viceregno spagnolo, del regno borbonico fino alla provincia dell’Italia unita”, spiega la storica Imma Ascione, già direttore dell’Archivio di Stato di Napoli e animatrice del progetto di studio.

 

Una capillare rete di scambi
Dalle antiche pergamene ai giornali di bordo, dai rapporti diplomatici ai registri di carico talvolta accompagnati da mappe geografiche. Atti che evidenziano una capillare rete di scambi. Nei vecchi elenchi scopriamo, ad esempio, che quelle navi giunte qui con “grani teneri”, ripartivano per l’impero zarista cariche di vini di Pozzuoli e Torre del Greco. Dal capoluogo partenopeo prendevano il mare prodotti locali, come i maccheroni inviati a Tunisi, e specialità provenienti da tutto il Sud, come la frutta secca di Sicilia per la Germania, grano e olio da Gallipoli per Amsterdam, arance e limoni da Palermo per New York. “Nel nostro porto – afferma l’archivista Rossana Spadaccini – giungevano nel contempo tanti prodotti qui assenti. Dal Nord Europa pesce salato, stocco e baccalà, caffè dal levante, ma anche dall’Egitto e dal Brasile che esporta pure zucchero e cacao, riso e pepe, zenzero, vaniglia e rum”.

 

Guerre e mercati
Già in epoca angioina Napoli era diventata un’importante piazza commerciale in cui le grandi compagnie, soprattutto fiorentine, avevano i propri corrispondenti. Un contesto nel quale mercati e guerre si confondevano spesso: un documento del 1271 notifica che il capitano Enrico di Campagna “ha giurato davanti ai maestri portolani di non andare in luoghi proibiti e di non vendere mercanzie al nemico”. E talvolta un semplice registro può essere la spia di un’epoca, come quello del 1544 in cui si annotavano le “uscite di grano e orzo ai porti della Terra d’Otranto”, commercio che il viceré Don Pedro de Toledo aveva lasciato nelle mani dei trafficanti genovesi a spese dei mercanti locali.


Traffici e storie di nobili
“La ricerca – precisa la Ascione – si è estesa anche agli archivi di famiglie nobili dedite, tra Sette e Ottocento, alla mercatura e proprietarie di vasti territori agricoli. I Sanseverino di Bisignano, produttori di vino e formaggi in Calabria; i Doria D’Angri, esportatori di grano in tutta Europa; i di Tocco di Montemiletto produttori di olio in Puglia. Dall’archivio della famiglia Pignatelli Cortès sappiamo invece dell’azienda di Altamuco in Messico produttrice di zuccheri”. Vicende e protagonisti della storia di Napoli che oggi comprendiamo meglio seguendo le rotte del cibo.

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