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03/07/2013
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L'analisi: Napoli, le istituzioni litigano e il porto langue

dot L'analisi: Napoli, le istituzioni litigano e il porto langue
di Paolo Bosso (da La Repubblica di Napoli del 3 luglio 2013) 
 
Il porto di Salerno va avanti, quello di Napoli dorme. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno nonché viceministro ai Trasporti, ha sintetizzato così il confronto impietoso tra questi due porti che mai come in questo periodo viaggiano su due binari differenti. O meglio, quello di Salerno viaggia, l’altro è fermo. Ci sono però da fare diverse precisazioni affinché il recente botta e risposta tra i sindaci delle due città – con quello di Napoli che rispediva al mittente un «chi sta dormendo sulla questione del porto di Napoli è il governo, di cui lo stesso De Luca fa parte» - non si esaurisca in una sterile polemica e sia invece occasione per una più obiettiva riflessione.
Napoli è un porto storico e grande, Salerno è un porto nuovo e piccolo. La linfa imprenditoriale di quest’ultimo scorre facile con l’Autorità portuale e i privati che vanno a braccetto. La realtà commerciale dello scalo partenopeo è invece molto più ampia, antica, ed è costituita da meccanismi arrugginiti, logori, con l’Authority che spesso dialoga con tremenda difficoltà con i tantissimi grandi e piccoli imprenditori partenopei. Si parla spesso di incomunicabilità tra città e porto, ma Napoli e Salerno riflettono specularmente amministrazione cittadina e portuale: la prima con il suo vasto, articolato e arrugginito meccanismo, la seconda col suo forte decisionismo coadiuvato da un comune molto più piccolo del capoluogo campano. 
Sono quasi quattro mesi che il porto di Napoli è commissariato, ma in realtà se si somma il semestre bianco arriviamo a dieci mesi di ordinaria amministrazione, con progetti che obiettivamente rallentano. Il presidente Caldoro lancia fulmini e saette minacciando il ritiro del Grande Progetto, l’unico finanziamento vero, nero su bianco: 240 milioni di euro destinati al porto e altri 95 per i collegamenti ferroviari. Tutto il resto, De Luca che parla di 800 milioni di euro a rischio, la Regione Campania a volte di 500, altre volte di 600, sono solo parole. 240+95 è tutto quello che c’è al momento, sono finanziamenti dell’Ue che l’Europa ci ha dato, e che in un attimo può riprendersi. Neanche due settimane fa il segretario Cisl Raffaele Bonanni esortava candidamente il governo a «guardare con interesse a una possibile fusione delle Autorità portuali di Napoli e di Salerno». Pare che la polemica dei due sindaci sia stata una risposta più che chiara.
Napoli è un porto fermo, De Luca ha ragione, ma è ancora più vero che il porto non può eleggersi da solo il suo presidente. Regione Campania, Comune e Provincia di Napoli con Camera di Commercio dovrebbero costituire una sola voce per il ministero dei Trasporti, mettendolo nelle condizioni di eleggere un candidato “facile”. Ma il dicastero dal canto suo dovrebbe interessarsi al porto, sapere che è da marzo che aspetta un presidente. Deve decidere: rispedire al mittente le nomine o eleggere velocemente uno dei candidati. Quello stesso dicastero dove lavora De Luca che, quindi, quando critica l’immobilismo di Napoli critica in realtà anche se stesso.
L’impasse del porto-capoluogo è doppia: nella governance e nel cambio di presidenza. Sul primo punto lo scalo si limita ormai all’amministrazione ordinaria, minima, ignorando riforme fondamentali come la riduzione dei costi dei servizi diventati carissimi, basta chiedere a Ignazio Messina, o anche ai tanti armatori esteri che conoscono gli altri porti d’Italia e del mondo e il confronto lo sanno fare molto bene. Per dire l’ultima, Barcellona ha recentemente annunciato il taglio delle tasse portuali, una mossa ordinaria che serve ad attirare traffici e che presuppone un decisionismo interno, una compattezza istituzionale che Napoli si sogna.
Sulla presidenza invece vige la confusione. Il medico e senatore Riccardo Villari pare il più papabile tra i candidati, ma il sindaco De Magistris non lo vuole. Si è riferito a lui solo in un’occasione, e recentemente quando ha parlato di «un nome “non potabile” per una dubbia moralità», un nominativo che ha a che fare «con giochi di potere» non si stava certamente riferendo agli altri candidati alla presidenza dell’Autorità portuale: Dario Scalella, Domenico Picone o Luigi Bobbio.
Non c’è concorrenza tra i porti di Napoli e Salerno, e non potrà mai esserci, almeno finché si parla di due scali così diversi per dimensione e governance. Magari, quando Salerno viaggerà a pieno ritmo con la nuova Stazione Marittima attualmente in costruzione se ne potrà riparlare con cognizione di causa. L’imprenditore numero uno del porto di Salerno Agostino Gallozzi, presidente e amministratore del gruppo omonimo che gestisce il terminal container salernitano, ha chiarito recentemente come stanno le cose: «Non c’è alcuno scontro tra porti, sarebbe davvero provinciale parlare di concorrenza, al massimo è concorrenza tra privati». Il concetto è chiaro: pubblicamente, tra istituzioni, una eventuale concorrenza è quanto di più ridicolo ci sia, ciò non toglie però che gli imprenditori dei due scali si guardano bene dal collaborare.

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