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22/07/2015
storie, armatori, politiche marittime

La nave-fabbrica e i rapporti umani a bordo

dot La nave-fabbrica e i rapporti umani a bordo

di Decio Lucano - DL News 

 

Nell'ottobre 1971 (ma già nel 1970 vennero avviate iniziative di cui parliamo più avanti) pubblicai uno studio sotto forma di pamphlet che apparve sul periodico Vita e Mare del Collegio Capitani dal titolo “Per migliori rapporti umani a bordo delle navi”. La fine degli anni sessanta ha rivelato indubbiamente una crisi di rapporti umani tra la gente di mare che, invece di estinguersi con il rinnovo tecnologico della flotta e quindi con la esigenza di una maggiore qualificazione del personale navigante, è dilagata come una malattia contagiosa su quasi ogni nave, toccando punte molto aspre sulle unità della Finmare e sulle navi che compivano servizi di linea in acque territoriali. Tutto questo era dovuto ad una esasperazione sociale delle lotte del 1959? Questa crisi di rapporti umani tra la gente di mare (non gerarchica perché gli equipaggi sottostavano al Codice della Navigazione) era dovuta principalmente al fatto che era stato portato anche sui bordi il concetto di organizzazione, di valore-uomo e di dialettica sindacale tipico dell'ambiente-fabbrica.


 
La nave-fabbrica
Siccome l'aspetto commerciale della nave si svolge in competizione internazionale, e non è circoscritto in ambiti municipalistici o regionali, la trasformazione dell'organizzazione del lavoro a bordo, cioè l'applicazione del concetto di fabbrica alla nave aveva creato una vera rivoluzione nei rapporti gerarchici a bordo riflettendosi sui comuni che sentendosi protagonisti del loro nuovo ruolo credevano di aver trovato negli Stati maggiori il primo ostacolo nel rapporto uomo-nave. Gli stati maggiori si erano trovati impreparati, soprattutto sulle navi della flotta di stato, di questa presa di coscienza dei comuni, dando l'impressione di voler ostacolare le rivendicazioni del personale comune ad essi ovviamente subordinato.

 

Il primo corso
Non erano preparati, soprattutto i comandanti, alla dialettica sindacale, non erano in grado di rispondere alla nuova struttura organizzativa e sociale della leadership sulla nave. Nel 1969 sulle navi di bandiera italiana erano imbarcati circa 50.000 marittimi di cui 7.759 ufficiali (comandanti e direttori di macchina compresi, esclusi commissari, ecc), circa 10.000 marittimi nella flotta Finmare. Nacque nel 1970 a Genova il Corso di Formazione Superiore per Comandanti della Marina Mercantile a cura del Collegio Capitani di lungo corso e di macchina in collaborazione con la Scuola di Formazione Superiore diretta dal professor Filippo Peschiera, relatori Domenico Papagno e Gianni Tamburri. Il primo corso, riconosciuto dal ministero della Marina Mercantile, ebbe la prolusione dell'ingegner Guglielmo Levi, dal titolo “Funzione del Comandante da Filippo II all'automazione” e la conclusione del dottor Nicola Geremicca “Lavoratore tra i lavoratori”.

 

La professionalità in mare
Ma la storia del movimento dei lavoratori del mare non fini lì, perché l'evoluzione professionale a bordo impose nuovi criteri di gestione delle risorse umane e furono creati corsi di Shipping Management con la mia rivista TTM, per comandanti, dirigenti di compagnie di navigazione negli anni ottanta. E inoltre corsi speciali di Tecnologie avanzate. La STCW entrata in vigore la prima volta in Italia nel 1985 è oggi evoluta anch'essa come tutta la formazione professionale. La stessa marineria è cambiata, ma la vigilanza è attiva: la proliferazione delle bandiere di comodo e registri internazionali rischiano di declassare il livello formativo e quindi della sicurezza in mare, nonostante i tanti controlli come i PSC, le White Black List delle istituzioni internazionali. Una domanda non ha mai avuto una risposta certa: che cosa è e come si acquisisce la professionalità in mare?

 

Sulla home page e nell'articolo, immagini tratte dal film Gli ammutinati del Bounty (1962), con Marlon Brando e Trevor Howard   

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