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01/10/2015
libri, storie

Il tramonto del regno borbonico nella "controstoria" di Francesco Proto

dot Il tramonto del regno borbonico nella "controstoria" di Francesco Proto

La Real Marina del Regno delle due Sicilie «fu sciolta, fu riordinata, secondo che mi si dice, al peggio, e con un tiro di penna vennero cancellate tutte le sue tradizioni, certamente più antiche e gloriose della così detta Marineria Sarda. In questo nuovo ordinamento, gli uffiziali della flotta napoletana avrebbero dovuto essere i primi, e sono diventati gli ultimi». Il quadro sconfortante dell’armata di mare borbonica – tassello di una più ampia analisi delle precarie condizioni della società meridionale – fu delineato da Francesco Proto, meglio noto come duca di Maddaloni, nella “Mozione d’inchiesta per le Province Napoletane” che il politico-letterato partenopeo presentò nel novembre del 1861 al primo Parlamento dell’Italia unita. Ma il documento di denuncia non fu mai messo in discussione. Anzi, fu presto cancellato dalla storia ufficiale, per divenire un classico della cosiddetta controstoria. Si tratta di una delle più importanti e controverse pagine del Risorgimento che oggi Alessandro Polidoro Editore ci ripropone in edizione critica, con un saggio introduttivo e note a cura del giornalista e autore Giuseppe Pesce. 


Una voce solitaria
Voce solitaria nel Parlamento del 1861, Proto chiese di avviare un’inchiesta per le province napoletane, parlando della fine di un Regno e di ministeri affidati a «gente più da spasso che da lavoro» ma soprattutto del terrorismo con cui veniva repressa la rivolta meridionale, fenomeno complesso che univa trame reazionarie e questione agraria coinvolgendo ex-militari e malviventi, ma anche contadini affamati di terra. Nessuno volle ascoltare. Ma quello scritto, appassionato e spietato, tra la retorica e il giornalismo delineava efficacemente un’epoca e i temi di un dibattito destinato ad esplodere negli anni successivi, anticipando i principali nodi della Questione meridionale. «Della Mozione non esisteva ancora una edizione critica - spiega Pesce nell'introduzione - ma colmare questo vuoto non vuol dire in alcun modo aderire ad anacronistici sentimenti anti-unitari: si tratta piuttosto di sottrarre alle facili interpretazioni un documento importante inspiegabilmente escluso dalla storia ufficiale».

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