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05/04/2018
storie

Il mare in tre domande a... Simone Perotti

dot Il mare in tre domande a... Simone Perotti

di Marco Molino

 

E’ una cultura diffusa quella del mare, con tante ramificazioni. Eppure sembra inafferrabile. Scorre silenziosa tra le mani indurite dei pescatori, anima la passione di esploratori e uomini di scienza, brilla nello sguardo rivolto all’orizzonte degli artisti. Un patrimonio di valori e conoscenze difficili da incanalare in una narrazione complessiva. Messi insieme, rischiano piuttosto di proporre un concetto astratto e lontano dal sentire collettivo.

 

Simone Perotti, è possibile fare una sintesi per tradurre le diverse esperienze in un messaggio che in qualche modo inglobi tutto ciò, affinché questa cultura possa divenire stile di vita ed elemento di arricchimento collettivo?
«La sintesi, nella vita come nell’arte, spetta a ognuno di noi. È nella nostra mente e nel nostro cuore che le esperienze, le informazioni, la cultura in generale, che sia artigianale e lavorativa oppure storica e artistica, si mescolano, risiedono e contribuiscono a offrire cibo al nostro pensiero e supporto alle nostre vite. Il problema è che quei “pezzi” di una realtà così ricca e complessa come il mondo del mare dovrebbero esserci ed essere disponibili. Se nessun media parla, se nessun “emittente” deputato a raccontare storie e a fornire informazioni studia e si esprime, diventa molto difficile assumere quegli input. Intendo dire che mentre di ogni cosa gode di approfondimento e comunicazione, sembra che il mare e tutto ciò che gli ruota intorno nel nostro paese venga oscurato, messo in disparte, tenuto in conto bassissimo, come se fosse qualcosa di residuale, inutile, che non ha impatto da millenni su di noi e che oggi non serve a niente. Un’enorme voragine, con effetti pesanti, che paghiamo già e pagheremo ancor di più in futuro».

 

Per millenni sul Mediterraneo si sono incontrati e confrontati popoli e civiltà apparentemente inconciliabili.  Ma le navi, con i loro carichi di merci e persone, hanno sempre svolto una funzione di collegamento, tessendo una rete di rapporti che ha favorito (purtroppo non sempre) la reciproca comprensione. E’ ancora possibile partire oggi da questo Mare Nostrum di migranti e radicalismi religiosi per promuovere lo scambio di conoscenze e la riscoperta di un destino comune?
«Dobbiamo moltissimo a questo interscambio. Ciò che non si conosce, ciò con cui non ci si coinvolge e ci si contamina, resta inevitabilmente fuori dalla nostra esperienza. Non diventa nulla. Non feconda. Non impollina. La rete di comunicazioni e incontri del Mediterraneo aveva due caratteristiche: era reale, fisica, fatta di cose, persone, viaggi, merci, documenti, racconti. E, seconda caratteristica, era fittissima, continua, anche tra Georgia e Liguria, tra Medio Oriente e Francia. Oggi apparentemente conosciamo cose anche di luoghi lontanissimi, e le idee circolano libere dovunque in frazioni di secondo, ma poggiano spesso su una base esclusivamente virtuale, sono solo eteree, non fanno parte della vita, non c’è in esse la fatica del viaggio, il tempo della transumanza e del pensiero. Queste relazioni non mescolano sudore ed emozioni vissute in diretta. Sono onanistiche, se vogliamo usare un’immagine forte. Nell’epoca dei bite, muovere gli atomi torna prepotentemente alla ribalta come metodo per la costruzione del valore di relazione».

 

Progetti culturali che navigano e coincidono con la vita all’aria aperta, che consentono un rinnovato rapporto con l’ambiente marino. Idee stimolanti che spesso però rimangono nel cassetto per la mancanza di mezzi finanziari. Come si autosostiene la cultura sul mare?
«Tutte balle di chi vuole alibi. È tutto possibile e fattibile, basta volerlo. Mediterranea non ha sponsor si autosostiene grazie a un modello di co-sailing partecipato tra 52 persone che ne fanno parte e centinaia che cooperano dall’esterno. Ed è partita nel momento più nero della crisi economica, quando sembrava impossibile qualunque iniziativa. Chi non fa è perché non vuole fare. Chi fa lo fa non per qualche strano privilegio, ma perché ama davvero ciò di cui parla, escogita soluzioni possibili e poi, fisicamente, terribilmente, va. Il resto è tutta letteratura del lamento e del rimpianto. Amare il mare e il Mediterraneo e navigarci dentro cercando, studiando, faticando, godendone, è cosa ancora possibile e meravigliosa. Ed è uno dei modi più importanti per contribuire de facto alla cultura del mare. Fa più Mediterranea per la vela, la navigazione, il mare, in ogni suo racconto, in ogni suo scalo in un porto del Mediterraneo, di quanto non facciano tanti soggetti più blasonati. Sono orgoglioso e onorato di essere salpato quattro anni fa».

 

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Simone Perotti è scrittore e marinaio. Scrive romanzi e saggi. Ha pubblicato con Bompiani, Chiarelettere, Garzanti e Frassinelli: Zenzero e Nuvole (1995-2004); Stojan Decu, l’altro uomo (2005); Vele (2008); L’Estate del Disincanto (2007);
Uomini Senza Vento (2010); L’Equilibrio della farfalla (2012); Un uomo temporaneo (2015); Rais (2016); Atlante delle isole del Mediterraneo (2017). E poi i saggi: dal bestseller Adesso Basta (2009, 20 edizioni), ad Avanti tutta (2011) e Ufficio di scollocamento (2012), tutti sul tema del downshifting. Infine, Dove sono gli Uomini (2013) libro-inchiesta sul disagio contemporaneo delle donne. Ha scritto e condotto su RAI 5 il programma tv Un’altra Vita. Dal 2014 è in mare per 5 anni per tutto il Mediterraneo. Ha un blog personale e uno sul Fatto Quotidiano. Collabora con riviste e giornali. In uscita nel febbraio 2019 un romanzo per bambini illustrato e, nell’ottobre 2019, un nuovo romanzo.

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