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04/03/2018
storie

Il mare in tre domande a... Massimo Clemente

dot Il mare in tre domande a... Massimo Clemente

di Marco Molino 

 

Il lungomare è il biglietto da visita di una città costiera. Arrivano i turisti con le navi e già da lontano possono ammirare il profilo dei palazzi, i verdi rilievi, le spiagge, i moli e i porti accoglienti. Prima di sbarcare, si è instaurato in anticipo un rapporto con quel confine tra terra e mare; nasce il desiderio di esplorarlo in profondità, di superare la bidimensionalità del paesaggio. Ma che ne pensano gli individui che lungo quel waterfront ci vivono? Anche loro sognano una linea di costa accogliente, sebbene talvolta debbano fare i conti con il degrado e la cementificazione selvaggia. Vogliono riconquistare un rapporto con la natura, ma anche un luogo funzionale in cui abitare e lavorare.


Massimo Clemente, sembra che le coste urbane si possano soltanto suddividere in tratti destinati al trionfo (quando possibile) del panorama ed altre aree, più dimesse, riservate all’utilità. Ma è una contrapposizione inevitabile?
«Panorama vs Utilità - La contrapposizione è apparentemente inevitabile ma, a mio parere, dipende da come s'interviene per adeguare la costa alle esigenze funzionali. Una passeggiata sul mare potrebbe apparire meno impattante sul paesaggio rispetto ad una barriera frangiflutti ma non è detto che sia così: tutto dipende dalla qualità del progetto. La qualità genera l'integrazione tra l'architettura e il paesaggio e, sulla linea di costa, la qualità dell'architettura riesce a realizzare una fusione armonica tra cultura urbana e cultura marittima.
Le coste urbane sono uno straordinario esempio di paesaggio culturale in cui l'azione antropica di trasformazione, nei secoli passati, non ha creato contrapposizione ma, anzi, ha quasi sempre aggiunto valore. Prendiamo ad esempio il nostro Castel dell'Ovo: costruito per rispondere ad una esigenza difensiva, ha avuto un forte impatto sul preesistente paesaggio naturale ma, attualmente, appare completamente integrato in un paesaggio culturale che racconta la storia di Napoli e del suo rapporto intenso con il mare.
Pensiamo ad un altro elemento a me caro: il Molo San Vincenzo. La diga foranea del porto di Napoli fu realizzata per motivi funzionali portuali ma oggi è un elemento caratteristico del paesaggio culturale marittimo che vogliamo recuperare nella sua valenza paesaggistica e funzionale, come spazio pubblico e come banchina per l'attracco delle imbarcazioni».

 

Ambientalisti, imprenditori, urbanisti… politici. Ognuno di loro propone una visione particolare, una diversa scala di priorità per un lungomare ideale. Come si fa a metterli d’accordo?
«La nostra città con il suo lungomare è bloccata dalle contrapposizioni delle categorie elencate, un tempo dicevamo ideologiche oggi le definirei post-ideologiche. Sugli estremismi sterili, però, non voglio soffermarmi perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Per il superamento delle contrapposizioni, la nostra città ha bisogno di un cambio di paradigma che vada ben oltre un semplice cambio di mentalità. Per raggiungere questo ambizioso ma necessario obiettivo, a mio parere, sono necessarie due fasi alle quali ciascuno di noi ha il diritto e dovere di partecipare.
La prima fase è quella della "visione" per Napoli città di mare, visione di medio e lungo periodo in cui la comunità urbana deve ritrovarsi. Dobbiamo volare alto, condividere delle scelte sul nostro futuro urbano non solo per la fascia costiera. Cosa significa Napoli città di mare? Cosa significa diritto al mare? Qual è il bacino di utenza del lungomare di Napoli? Quanti e quali turisti vogliamo a Napoli? Come si concilia il turismo sulla fascia costiera con l'indispensabile e preziosa realtà manifatturiera e dell'agroalimentare nell'hinterland? E' necessaria una prospettiva dilatata perché quello che accade sul lungomare riguarda Scampia e Secondigliano e viceversa. La visione, allora, è necessariamente metropolitana perché la tutela del lungomare porta con sé la riqualificazione delle aree interne e il riequilibrio della pressione antropica, a livello urbano, metropolitano e regionale.
La seconda fase è quella dell'implementazione e passa attraverso singoli progetti autonomi che, un passo alla volta, contribuiscano a realizzare la visione di lungo periodo. Un ruolo determinate, per la connessione dei singoli progetti, possono svolgerlo le associazioni e le organizzazioni no profit che non sono soggette ai limiti temporali dei mandati elettorali della politica e possono tenere fisso l'obiettivo di lungo periodo. Il ruolo della ricerca è aiutare la comunità urbana a formarsi una visione condivisa, offrendo elementi di conoscenza e aiutando ad individuare le aree di sovrapposizione delle aspirazioni e degli interessi. A quel punto, la collaborazione tra i diversi soggetti sarà naturale».

 

In passato i porti erano il cuore pulsante delle città di mare, strettamente integrati con la quotidianità dei residenti. Poi con lo sviluppo industriale e logistico,  gli scali sono spesso diventati dei corpi estranei protetti da numerose barriere. Magari efficienti, ma non più vissuti dalla collettività. Come dovrebbe essere il porto del futuro?
«Il porto è un sistema complesso ed è in costante evoluzione: se un tempo coincideva con la città costituendo un sistema unico terra-mare, con la specializzazione della logistica si è isolato dalla città e, soprattutto, dalla comunità urbana.  Il porto ha una sua funzione primaria che è quella di movimentare, imbarcare e sbarcare merci e persone e, per la quasi totalità, non può essere uno spazio pubblico. Così come una fabbrica o un cantiere, i porti non sono luoghi dove passeggiare perché inadatti e pericolosi.
La mia visone è quella di un porto poroso dove la città s'incunea ritagliando spazi pubblici per i cittadini da cui possano affacciarsi, per conoscere e apprezzare il fascino e l'operosità della comunità marittima. L'obiettivo primario da perseguire è la riconnessione tra la comunità urbana e la comunità marittima, per individuare insieme possibili futuri condivisi. I nostri porti, come accade in molte città portuali del mondo, dovrebbero organizzare delle visite via terra e, soprattutto, via mare per far conoscere questa straordinaria realtà ad adulti e bambini, a residenti e a turisti».

 

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Massimo Clemente è uomo di mare da prima della nascita, racconta: "Mia madre uscì in barca fino al giorno prima di mettermi al mondo". Architetto urbanista, Dirigente di ricerca del CNR IRISS, da anni studia le città di mare e le relazioni tra città e porto. Autore di oltre cento lavori scientifici tra cui il volume Città dal mare. L'arte di navigare e l'arte di costruire le città del 2011 per l'Editoriale Scientifica. Coniuga la ricerca e l'alta formazione con l'attivazione sociale come presidente dei Friends of Molo San Vincenzo, associazione nata nel 2015 per restituire la diga foranea del porto di Napoli alla città, come spazio pubblico e nella sua funzione portuale

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