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13/02/2013
politiche marittime

Il manifesto dei porti di Assoporti

dot Il manifesto dei porti di Assoporti
Per Assoporti il modo per rendere i porti la chiave di volta della logistica italiana, il punto di arrivo e di partenza delle merci, risiede nelle Autorità portuali. Che essa diventi qualcosa di più vicino a un’azienda, dice l’associazione nazionale dei porti che ha stilato una specie di “manifesto della portualità italiana”. 
Una lettera, una lista, una serie di priorità al governo che verrà. Autonomia finanziaria certo, coordinamento globale di tutte le funzioni, semplificazione burocratica e sistemi multi porto. Ma al centro di tutto ci deve essere l’Autorità portuale, con un presidente simile ad un amministratore delegato – più poteri ma anche più responsabilità – e dipendenti con una vera forma giuridica privata, e non quella contraddittoria identità pubblico-privata che c’è oggi. Sono i presupposti per una sostanziale modifica ad alcuni punti della legge 84/94, qualcosa di importante, difficile da realizzarsi in poco tempo, forse neanche in anni visto la lentezza con la quale si interviene nelle riforme legislative, figurarsi nel caso della portualità, settore da sempre scarsamente considerato da tutti i governi del passato.
 
 
Ma non ci sono mezze misure per Assoporti. «L’alternativa è l’accelerazione inesorabile di una perdita di competitività già in atto» afferma lapidaria l’associazione nazionale. «Non basta essere utilizzati per il 53% dell’import-export del sistema paese – continua Assoporti - essere terzi in Europa per movimentazione delle merci e secondi per i passeggeri. Non basta neppure realizzare un valore della produzione per oltre 6,5 miliardi. Per l’Italia i porti continuano ad essere una sorta di optional».
Andando nel dettaglio, «rimuovere l’impropria equiparazione alle pubbliche amministrazioni a partire da quelle riferite ai dipendenti, sgomberando il campo da rischi oggi concreti di un conflitto sociale; conferire alle Autorità portuali un ruolo effettivamente centrale di coordinamento, di semplificazione dei processi amministrativi e dei servizi, oggi anche di competenza di altri enti e uffici, e di accelerazione delle procedure amministrative nonché degli interventi di programmazione, pianificazione e realizzazione di interventi infrastrutturali; attuare nei porti quanto previsto in materia di project bond e realizzare il coordinamento (previsto nel Salva-Italia) fra porti e interporti». 
Ovviamente l’altra strada parallela a quella che scioglie le contraddizioni di un’identità pubblico-privata delle Authorities, è quella di una «reale» autonomia finanziaria, dando al presidente delle Ap «l’effettiva responsabilità  delle attività in porto, sia sul lato mare sia sul lato terra», quindi di nuovo, di coordinamento di porti e interporti.
Il rilancio passa anche per una «parziale e temporanea fiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese autorizzate a operare in porto (articoli 16,17 e 18 della legge 84 del 94), ma anche una riduzione delle accise sui prodotti energetici consumati dai mezzi utilizzati esclusivamente in porto e la fissazione di regole certe e omogenee in materia di Imu sui beni demaniali».
Infine, sul fronte transnazionale, fare della portualità il centro della logistica, il punto di partenza e arrivo delle merci, «garantendo fra l’altro quella specializzazione delle operazioni di transhipment nei porti che operano in diretta concorrenza con gli scali del nord Africa». 

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