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18/06/2012
ambiente, eventi, porti

I porti arrivano in città

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I porti arrivano in città
di Paolo Bosso 
 
Così come oggi un pc anacronistico è quello che non è connesso ad internet, così non si può immaginare un porto che non sia culturalmente collegato alla sua città. E’ il concetto di città-porto, una parola semplice da comporre ma difficile da mettere in pratica. Perché non basta fare un porto in una città di mare, bisogna anche farli dialogare, culturalmente, architettonicamente, socialmente e commercialmente, essendo due realtà che tendono ad andare ognuna per conto proprio. Oggi un porto moderno è una realtà industriale autonoma che fa del trasporto e della logistica la sua materia prima, il che lo rende molto diverso dalla città, e lontano. Tende a chiudersi, spazialmente e socialmente, illudendosi di poter fare a meno di ciò che sta dietro di lui. Perciò c’è bisogno di una costante attività di promozione, della creazione di uno spazio in cui questi due mondi possano incontrarsi e riscoprirsi. Attività soprattutto didattiche, perché se bisogna educare il porto a comunicare con la città e la città a conoscere ed apprezzare quello che fa il porto, si deve iniziare dai più piccoli.
L’Association Internazionale Ville and Port promuove dal 1988 questo legame pedagogico, e anche quest’anno ha organizzato il convegno internazionale che si occupa di questi argomenti. Le Nouveau temp du port è il titolo di quest’edizione, la tredicesima. Quattro giorni a partire da oggi in cui 50 speakers, 45 nazioni e centinaia di delegati provenienti soprattutto da Francia, Spagna e Africa, presenteranno le loro proposte per rendere i porti più vivibili da parte delle persone che gli stanno accanto. E' il porto ad essere al centro di tutto, non a caso gli invitati sono tutti operatori portuali, giusto Joel Batteux, il sindaco della città, Saint Nazaire, che ospita la conferenza, era la presenza più “cittadina”. La sessione di oggi è stata introduttiva, anche se comunque gli argomenti toccati sono stati i più pregnanti: ambiente, architettura, sviluppo logistico. Una sessione pomeridiana in cui sono intervenuti, oltre a Batteux e al presidente Aivp Jean-Pierre Lecomte, Geraldine Knatz, direttore esecutivo del porto di Los Angeles; Suren Erkman, professore associato dell’istituto di politiche territoriali e sviluppo umano dell’università di Losanna; Bernard Reichen, architetto urbanista di Parigi, e infine via skype Ronan Dantec, consigliere comunitario della città di Nantes. Domani gli interventi degli italiani Hilda Ghiara professore di economia e metodi quantitativi dell'Università degli Studi di Genova; Giovanni Forcieri, presidente dell'autorità portuale di La Spezia; Alberto Cappato, segretario generale dell'istituto delle Comunicazioni di Genova; Francesca Morucci, responsabile delle pubbliche relazioni dell'authority di Livorno. 
Perché l’attenzione è rimarcata più sul porto che non sulla città? Per tre motivi: il primo, come già detto, è che sono loro, i porti, ad essersi isolati in questi ultimi trent’anni, con uno sviluppo logistico e infrastrutturale che li ha trasformati nel punto nevralgico della logistica globale. Al centro di tutto, il container, quella scatola di metallo timida, che si vede poco, ma onnipresente, dentro cui transitano l’80 per cento degli oggetti che acquistiamo. Il secondo motivo è che mentre una città portuale senza un collegamento “socio-fisico” con il suo porto può benissimo cavarsela da sola, il porto non può dire lo stesso. Se esso si isola, infatti, alla lunga non sopravvive, soprattutto perché quelli che ci lavorano vengono dalla città. Infine, terzo motivo, il dialogo parte da uno spazio fisico, e questo luogo si trova nel porto. Un posto dove realizzare un museo, un centro culturale. L’Aivp, per esempio, promuove tutto ciò che possa insegnare e mostrare al cittadino cosa si fa sulle banchine, soprattutto attraverso le visite guidate.
Comunque sia, l’esigenza di dialogo tra città e porto è pressante per entrambi allo stesso modo. La città ha bisogno del mare e il porto deve cedere un po’ dei suoi spazi, magari in disuso, per creare quel luogo ubiquo in cui far conoscere ai cittadini questo mondo fatto di gru, cantieri, banchine, camion e tante navi. Una delle parole chiave al centro de Le nouveau temp du port è stato l’ambiente: produzione di energia pulita e ambienti portuali vivibili da parte di chi non ci lavora. Quest'ultimo motivo è particolarmente importante perché è qui che si gioca la possibilità di far apprezzare le banchine da parte del cittadino. Il porto è una zona industriale, più è sviluppato più inquina. Perciò la questione attuale è: come far crescere un porto senza soffocare la città? A ognuno degli speaker che interverranno nei prossimi tre giorni, di cui gli ultimi due a Nantes, la risposta.  

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