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08/09/2017
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Gente di mare, vita da mozzo

dot Gente di mare, vita da mozzo

di Tobia Costagliola - DL News 

 

Esiste tra la gente di mare una categoria che, pur se storicamente “sottovalutata”, è stata parte integrante di quella linfa umana che ha dato vita e forza ad ogni “legno” che si muove sul mare fin dalla notte dei tempi. Non è difficile evocare ed individuare, con un po’ di fantasia, anche per chi non conosce il mare, una schiera infinita di giovanetti dal volto abbronzato e scarno, con occhi vividi e sguardo penetrante, capigliatura lunga o testa completamente rasata, con piedi nudi o con stivali, con abiti strappati e fradici di acqua salata, talvolta avvolti in rozzi e smisurati mantelli di tela oliata o cerata. Una schiera interminabile di “ragazzi” che nei vari idiomi “dell’orbe terraqueo” è stata identificata con un’unica, inequivocabile definizione: Mozzo.


Se dovessi dare a costoro una collocazione nella Divina Commedia li piazzerei direttamente nel Paradiso. Sulle tolde dei bastimenti, tra i flutti del mare, “tenera appendice” di rozze ciurme in continua lotta con gli elementi scatenati o alle prese con il sole cocente nei lunghi giorni di bonaccia, il mozzo è, tra la gente di mare, l’essere umano che, dopo aver affrontato l’inferno in mare, ha già guadagnato, nella sua pur breve giovinezza, il diritto al Paradiso. Limitandoci alle memorie ed alle testimonianze del periodo della vela, il mozzo appare come una figura usata, abusata, spesso privato dell’ adolescenza, dalla giovinezza spesso violata, una figura discriminata da collocare nella più infima posizione gerarchica, senza alcuna facoltà di parola o di protesta e tanto più di “mugugno”.

 

A tranquillizzare le coscienze basta la stereotipata affermazione banale e retorica ma, allo stesso tempo lapidaria: “deve farsi le ossa” oppure: “deve imparare” e ancora: “è necessario se vuol diventare un vero uomo e un vero marinaio”. Dopo questa descrizione che è ben lungi dalla rappresentazione di una più cruda realtà, viene da chiedersi come è stato possibile, nel corso dei secoli, perpetuare una tradizione così disumana e crudele nei confronti di ragazzi, troppo spesso minorenni, che venivano affidati ai comandanti dalle stesse famiglie o che, anche da orfani, venivano imbarcati col beneplacito dei cosiddetti “comitati di tutela”. Eppure, l’imbarco da mozzo costituiva l’unica via di accesso alla vita di mare spesso anche per gli stessi capitani. Era, tuttavia, l’ingresso ad una insolita, dura e talvolta disumana scuola da cui si usciva temprati, forgiati ed irrobustiti nel corpo, nella mente e, soprattutto, nell’anima.

 

Mi viene in mente una frase dello scrittore svedese Par Lagerkvist, premio Nobel per la letteratura 1951 il quale, nel suo romanzo “Pellegrino sul mare”, scrive: “Anche se percorri la terra tutta intera,  non imparerai mai tante cose quante ne imparerai dal mare. Non troverai mai pace se non sul mare, che da parte sua non ha mai pace”. Mi piace ancora evocare ciò che scriveva il capitano Mario Taddei a proposito della “pedagogia” del mare, nel suo indimenticabile libro Una vela intorno al mondo: “Un bastimento in mare è una dura scuola, che non ha soste, che non dà tregua. Il suo orario di insegnamento di ventiquattrore al giorno, non conosce distrazioni. Autentici panettieri, barbieri di salute cagionevole, barrocciai sperduti per il mondo in cerca di un mezzo qualsiasi per riaggrapparsi a questo o quel continente, in capo a qualche mese di tale scuola si comportano quasi come marinai autentici. Non importa se gli altri, quelli del mestiere, negano ostinatamente di riconoscerlo”.

 

Sembra un paradosso ma per un giovane mozzo, privo di qualunque esperienza di vita e di lavoro, uscito prematuramente da quello che dovrebbe essere il guscio protettivo della famiglia a cui ogni bambino, ogni adolescente dovrebbe aver diritto, il potenziale di adattamento e di apprendimento è sempre stato ai massimi livelli, salvo casi veramente eccezionali. […]

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