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14/03/2011
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E' solo il caro gasolio la causa della crisi della pesca?

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E' solo il caro gasolio la causa della crisi della pesca?
Condividiamo le affermazioni del ministro (delle politiche agricole ndr) Giancarlo Galan che «è inutile rincorrere con aiuti il prezzo del gasolio» e che «ci vuole più pesce, quindi politiche di tutela della risorsa e pensare ad alternative quali l’allevamento, l’ittiturismo eccetera». La lega pesca analizza la crisi del settore e si domanda: e solo l’aumento del costo del gasolio la causa?  Secondo l’associazione la risposta è no. Il nodo cruciale non è rintracciabile solo nell’aumento del costo del gasolio e quindi dei costi di gestione. Certo il caro benzina si sente: comparando i dati del costo del gasolio del primo trimestre 2005 con quelli dello stesso periodo del 2011 si registra un incremento del costo medio del 64%, a partire dal +42% di Imperia fino ad arrivare al +90% di Livorno, passando dal +46% di Cagliari e dal +80% di Salerno. Sulla base dei valori medi, una giornata di pesca a strascico, per esempio, per la quale si arrivano a consumare in Adriatico circa 2.000 litri di gasolio, se nel 2005 costava 894 euro, oggi ne costa 1.462 (+63%). Se a ciò aggiungiamo che nel settore si è assistito a una progressiva riduzione dei prezzi alla produzione da 5,10 euro per kg nel 2006 a 4,87 nel 2008, che le catture sono diminuite, nello stesso arco temporale, da 296.523 tonnellate a 227.011, che i consumi pro capite si sono contratti da 21,9 kg nel 2007 a 20,6 nel 2008, trova piena giustificazione la riduzione dei ricavi, passati dai 1.513 milioni del 2006 a 1.106 nel 2008. Non solo, ancora una volta si ha la dimostrazione che gli operatori della filiera non sono in grado di trasferire gli aumenti dei costi operativi sui prezzi al consumatore: la tendenza, peraltro, viene confermata dall’elaborazione dei primi dati disponibili per il 2010.
Nonostante l’evidenza di questi dati macro, secondo un’analisi del ministero delle Politiche Agricole sulla crisi incide anche il sovrasfruttamento delle risorse, che però, secondo la Lega Pesca, non può essere risolto con la riduzione della flotta e con il «dirigismo e controllo sull’attività economica, così come continua a pretendere l’Unione europea». «Riteniamo – afferma Lega Pesca - che la situazione sia esplosiva, emergenziale, e che chiami in causa risposte straordinarie e non più differibili. La risposta va trovata non solo nella pesca compatibile e nella legalità, ma anche nel rimuovere tutti quegli obiettivi intermedi che frenano il recupero della redditività dell’impresa attraverso il sostegno all’innovazione, alla competitività e all’efficienza aziendale. Ciò significa non solo semplificare un sistema impastoiato dalla burocrazia ma anche favorire il ricambio generazionale, valorizzare il ruolo multifunzionale dell’impresa, anche attraverso la concentrazione dell’offerta, la ristrutturazione produttiva e finanziaria, attraverso il salvataggio e la ristrutturazione, le fusioni e le concentrazioni: interventi che vanno sostenuti dalla ricerca e dallo sviluppo tecnologico anche per introdurre energie alternative e più pulite, dall’accesso al credito e ai capitali di rischio, da una nuova strumentazione di supporto che il settore non ha ma che reclama da tempo. Sarà necessario mettere al centro dell’attenzione l’impresa, connotata da una elevata presenza di micro-imprese familiari, spesso estranea a processi di concentrazione e distrettualizzazione. Una struttura artigianale e sottocapitalizzata, con una frantumazione dei punti di sbarco (circa 800) e con debolezza nei servizi, con scarso potere contrattuale nei confronti dei grossisti e degli intermediari commerciali, una struttura debole con difficoltà di accesso al sistema creditizio. Questo cambiamento non può certo avvenire con la teoria della crescita a costo zero vagheggiata dal nostro ministro dell’Economia».
 
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