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29/10/2013
politiche marittime, porti

E se i porti fossero troppo autonomi?

dot E se i porti fossero troppo autonomi?
di Paolo Bosso 
 
Le 23 autorità portuali italiane si sono date appuntamento a Roma per l’assemblea annuale di Assoporti. Un universo composto da 800mila addetti diretti e indiretti, 211mila imprese, 41 miliardi di valore aggiunto all’economia (fonte: Commissione europea, Unioncamere). Sono i numeri dell’”economia del mare”. Numeri che il settore conosce molto bene ma che fanno soltanto rabbia di fronte all’impotenza di un’industria che non riesce a dialogare con la politica e a svilupparsi come si deve, stretta tra un Nord Europa che va a tripla velocità e un mercato, quello cinese, che ha solo tre, quattro porti di riferimento nel Vecchio Continente, e nessuno di essi si trova nella roboante e ormai ridicola “piattaforma logistica del Mediterraneo”, l’Italia. 
Gigantismo navale, logistica, ma soprattutto tanta politica dei trasporti. Sono stati questi i temi affrontati di fronte ad una platea di circa 400 persone tra operatori, presidenti e amministratori delegati. Un comparto industriale che «si conosce poco, pur pesando considerevolmente sull’economia», come ha osservato in apertura dei lavori il moderatore e giornalista Rai Maurizio Martinelli riferendosi alla sua categoria professionale.
Cambia il vocabolario delle richieste di Assoporti, quelle che puntualmente ogni anno fa al governo. Non si chiama più autonomia finanziaria quella che i porti italiani vogliono ma, come l’ha ribattezzata il presidente Assoporti Pasqualino Monti ormai già da diversi mesi, “autodeterminazione finanziaria”. Qual è la differenza? Che cambia l’approccio comunicativo. Se la risposta del governo alla richiesta dei porti di trattenere parte del gettito fiscale è stata un 1% con un criticatissimo tetto di 90 milioni di euro da distribuire su 23 autorità portuali, allora "autonomia finanziaria" è la parola sbagliata. «Lo sappiamo tutti – afferma Monti – questi 90 milioni non sono solo insufficienti» ma anzi determinano una «mancanza di competitività» per il sistema portuale. Quella competitività a cui tanto ci si appella per svilupparsi economicamente, e che il mondo portuale spera di ritrovare nella riforma della legge 84/94, in cantiere al Senato da ormai cinque anni e con poche speranze di diventare qualcosa di davvero riformante. Quindi «aggiungere un’ulteriore quota di gettito», precisa Monti riferendosi ad un rialzo fino al 3%, sarebbe un primo passo, «nel rispetto del meccanismo premariale: chi più versa, più avrà», senza dimenticare, puntualizza, gli strumenti finanziari che offre il mercato, come la Cassa Depositi e Prestiti.
I porti vogliono la privatizzazione insomma. Non è chiaro in che forma, se attraverso una “semplice” riforma della legge 84/94 oppure addirittura con una più profonda riforma delle Autorità portuali in quanto ente pubblico economico. In ogni caso, qualunque sia l’Autorità portuale che si avrà con la riforma della legge che l’ha istituita, per Monti dovrà uscire «immediatamente» dall’elenco Istat che la annovera tra quelle soggette alla spending review. Il presidente Assoporti è lapidario: «E’ dal lontano 2002 che i porti non dispongono più di fondi pubblici garantiti per legge per realizzare le infrastrutture», quindi perché mai le authorities dovrebbero partecipare alla spending review?
Porti autonomi che possano esercitare quello che Lanfranco Senn, direttore del CERTeT della Bocconi, chiama «marketing territoriale delle infrastrutture», ovvero, come ha commentato il presidente Confitarma Emanuele Grimaldi, quello che «i porti europei già fanno e che qualche porto italiano, in qualche caso fortunato, sta facendo». Di che si tratta? E’ la possibilità per un’autorità portuale di girare il mondo per “vendere” le proprie banchine, promuovendo in piena autonomia le proprie concessioni. Porti di interesse pubblico quindi, ma dalla gestione privatizzata che pongano le autorità portuali come vere e proprie imprese rappresentate dalle aziende che lavorano nel suo territorio.
Confitarma condivide la posizione di Assoporti sull’autonomia finanziaria, pardon, autodeterminazione. Appoggia Monti sulla necessità di distribuire un gettito senza tetto («90 milioni sono pochi» afferma Grimaldi), ma soprattutto preme, già da tempo, ad articolare maggiormente l’articolo 14 della legge 84/94, quello che riguarda i servizi tecnico-nautici. Ribadendo un giudizio condiviso grossomodo da tutti, il presidente Confitarma ritiene positiva la volontà della riforma di «coinvolgere di più le autorithies nella decisione delle tariffe», ma critica la mancanza di un «necessario controllo centralizzato» delle stesse tariffe da parte del ministero dei Trasporti. «Solo così c’è la trasparenza» afferma Grimaldi. «La liberalizzazione dei servizi tecnico-nautici non c’è ancora, ma potrà essere inserita in seguito anche guardando a quello che fa l’Europa, senza avviare un’altra riforma».
L’intervento del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, che ha chiuso l’assemblea, è l’emblema del mastodontico problema di cui soffre il mondo dei porti italiani. Il ministro alza la voce e si sbraccia, in dissonanza con gli interventi precedenti, pacati e “conferenzieri”. Ha sottolineato l’importanza di una rete di porti e interporti, di un sistema logistico in competizione con i porti esteri, «non con quelli italiani». «Vogliamo parlare delle ventitre autorità portuali o dei cinque, sei distretti logistici di cui abbiamo bisogno per competere con i porti esteri?» si domanda retoricamente Lupi. Ma sembra che parli al Parlamento, ad altri politici, non a una platea di industriali, colmando il vuoto di un ministero che non ha neanche una scrivania dedicata ai porti. Magari il ministro, consapevole di guidare un ministero senza deleghe ai porti e quindi impreparato ad affrontare un settore così specialistico, proprio per questo decide di alzare i toni. Un discorso a braccio, generale, che non ha dato risposte su contenuti concreti, come quello dell’autonomia finanziaria. Un copione che si ripete ogni anno, sempre allo stesso modo. Un intervento che conferma il rapporto sempiterno tra politica e porti, due mondi forse troppo autonomi l'uno dall'altro. Il dialogo è inceppato, sia quando si tratta di nominare nuovi presidenti delle autorità portuali, che quando si deve decidere su infrastrutture, logistica e sviluppo del settore.
 
Nella foto in alto, il presidente Assoporti Pasqualino Monti 
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