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17/10/2012
politiche marittime, porti

Confindustria e le critiche (di sempre) alla riforma

dot Confindustria e le critiche (di sempre) alla riforma
di Paolo Bosso 
 
Confindustria parla di porti, quelli italiani, quelli che negli ultimi quattro anni non sono cambiati di una virgola nella politica, nei traffici e in termini di sviluppo. Perché proprio quattro anni? Perché è questa la distanza che separa l’intervento di ieri dell’associazione degli industriali tenuto nel corso di un’audizione alla Commissione Trasporti della Camera, con quello sulla stessa materia tenuto ad ottobre 2008 al Senato. Sono praticamente identici.
Il documento consegnato ieri alla Camera analizza punto per punto la “riformina” dei porti passata al Senato qualche settimana fa (attualmente manca solo l’approvazione finale della Camera per trasformarla in ddl ma i tempi non saranno brevi). Per Confindustria il passo avanti della riforma è «notevole» ma in realtà ci sono ancora «diversi limiti». Come a dire: l’aggiornamento di una legge vecchia di diciotto anni andava fatta, e questo è bene, ma ciò che si è fatto è ben poco. Le critiche riguardano la proliferazione delle autorità portuali, che da 23 passano a 25; la mancanza di una “gerarchia dei porti”, ovvero l’indicazione di un preciso numero di scali di rilevanza strategica e nazionale, quelli che fanno più traffico merci e passeggeri e che dovrebbero essere poco meno di dieci; infine la diminuzione dei poteri dei comitati portuali che dipenderanno ora sempre più dal presidente col rischio di comportamenti di «minore trasparenza». 
Insomma, di salvabile c’è poco, soltanto la parte che riguarda i discussi (e discutibili) servizi tecnico-nautici. In pratica non sono stati toccati, nel senso che il governo non ha dato retta a chi, come Venezia attraverso il presidente del porto Paolo Costa, voleva regolarli per conto proprio. A Confindustria è piaciuto il fatto che la loro gestione resta nelle mani dello Stato. 
Ma la cosa più interessante è un’altra. Se prendiamo un altro intervento dell’associazione, quella dell’audizione della Commissione Lavori Pubblici del Senato datata 30 ottobre 2008, scopriamo che i contenuti sono praticamente gli stessi. E’ davvero sbalorditivo. Anche qui si parla, riferendosi alla necessità di ammodernare i porti, di «mettere mano ad un assetto che ha ormai esaurito la spinta propulsiva generata dalla legge quadro n.84/1994»; di intervenire su «una nuova classificazione dei porti che prescinda dall’attuale riconoscimento formale delle sedi di Autorità portuali»; individuare sei o sette scali con un ruolo specifico; recuperare il ruolo «di coordinamento del ministero delle Infrastrutture e Trasporti». Insomma anche nel 2008 Confindustria chiedeva quello che si chiama un processo di riforma serio mettendo sul piatto gli stessi problemi. 
Ma i punti più sconcertanti di questo documento vecchio di quattro anni sono due. Il primo riguarda i comitati portuali. Già nel 2008 Confindustria esprimeva i suoi dubbi sul rafforzamento dei poteri presidenziali, parlando di una norma (sempre la 84/94) che «conferisce poteri che possono condizionare fortemente le decisioni degli organi collegiali portuali», ovvero i comitati i quali sono «garanzia di democrazia all’interno dei porti». Infine il secondo punto riguarda i servizi tecnico-nautici. Come nell’audizione alla Camera, anche in quella del Senato si chiede che la loro regolamentazione debba essere «univoca e omogenea», rimanendo «sotto il controllo esclusivo dello Stato e che non sia in alcun modo determinata sulla base delle esigenze particolari delle singole Autorità portuali». Una forma di preveggenza: già allora l’associazione sapeva che dopo quattro anni Venezia avrebbe chiesto su questo fronte di essere autonoma? 
Se abbiamo di fronte un documento fotocopia, un intervento che non cambia di una virgola quello che secondo gli industriali dovrebbe cambiare nei porti italiani, significa una cosa sola: che questi scali non sono cambiati di una virgola. Che sia la crisi economica, la questione geografico-territoriale, gli interessi particolari, la burocrazia, l’Italia marittima è ferma al palo da quattro anni con gli stessi identici problemi.

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