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06/08/2017
libri, storie

Alla scoperta della storia celata da mare e terra

dot Alla scoperta della storia celata da mare e terra

di Marco Molino

 

Una buona dose di curiosità, comode scarpe da ginnastica, zainetto in spalla e si parte. Sembra facile, ma non basta. L’appassionato di archeologia che decide d’inoltrarsi alla scoperta delle antiche testimonianze di pietra, di cui l’Italia è disseminata (a terra e in mare), ha bisogno di conoscere e comprendere ciò che trova lungo il percorso, di contestualizzare quelli che altrimenti rimangono solo degli anonimi ruderi. Per questo ci devono aiutare gli archeologi, che prima scavano e studiano, poi divulgano, o dovrebbero farlo. Spesso infatti si rivela incolmabile il fossato che separa gli esponenti del mondo accademico dai “comuni mortali”. Il linguaggio degli addetti ai lavori è spesso troppo tecnico, come quello dei medici o degli avvocati: si capiscono tra di loro.


Per fortuna, talvolta, ci capita d’incontrare uno studioso come Michele Stefanile che riesce invece ad annullare le distanze e a tradurre i risultati delle ricerche scientifiche e storiche in un lessico comprensibile per tutti. Anzi, nel suo libro Andare per le città sepolte (Il Mulino), l’archeologo subacqueo dell’Università L’Orientale di Napoli fa di più: riesce a coinvolgerci in un’avventura in cui egli stesso è insieme a noi protagonista. Ed ecco che una colonna dell’antica Pompei o un molo della flegrea terra d’otium non sono soltanto interessanti manufatti di un’epoca dimenticata, ma riconquistano vita attraverso la memoria e la narrazione. Un racconto che diventa per il nostro autore (e guida) anche una sorta di autobiografia criptica, che non poteva non cominciare dall’acqua. Dunque, immergiamoci e pinneggiamo al fianco di Stefanile mentre ci indica con entusiasmo “strade, case magazzini, terme, moli, pavimenti, mosaici, ceramica e laterizi” sommersi. Ma come si tutela questo immenso patrimonio? Torniamo a galla e cerchiamo di saperne di più.


Michele, eccoci qui. Siamo nell’unica, tra le antiche città che possiamo riscoprire grazie al tuo libro, che non è stata sepolta dalla terra, né dal fango o dalla lava. L’antica Baia è stata invece sommersa in tempi remoti dalle acque del golfo di Pozzuoli a causa del bradisismo. Spesso viene definita “la nostra Atlantide”. Per fortuna, a differenza del mitico “continente perduto”, tutti possono agevolmente esplorare – insieme alle esperte guide del parco archeologico - i resti del centro flegreo. E’ questo un modello di gestione virtuosa che potrebbe essere adottato anche sulla terraferma?


È certamente un modello di gestione virtuoso, che fornisce risposte valide tanto alle sfide della tutela (tutt’altro che secondarie in un sito esposto da secoli, ogni giorno, h24, all’azione del mare, delle onde, degli organismi marini e dell’uomo) quanto alle esigenze della fruizione e della valorizzazione, mettendo tutti, o quasi, in condizione di vedere un mosaico sommerso, una stanza abitata da pesci, un muro sul fondale.

 
Non sarà tutto perfetto…


Si tratta ovviamente di un modello migliorabile, ma è evidente a tutti il profondo cambiamento vissuto dall’area baiana rispetto a vent’anni fa, quando muri e mosaici antichi erano perennemente minacciati dal traffico marittimo, dai relitti ferrosi abbandonati lungo la costa, dalle nasse e dalle reti dei pescatori, e dalle mani rapaci dei tanti che depredavano impunemente il sito. Oggi Baia è un vanto dell’Italia, e l’interesse verso l’antica città romana sul fondo del mare attira visitatori dai quattro angoli del mondo, dal Sud Est asiatico, al Sudafrica alle Americhe.

 

Un’iscrizione, un muro, un mosaico: ogni elemento di queste città morte ci racconta una storia. Quanto c’è ancora da scoprire nei siti da te raccontati?


Moltissimo. Basti pensare al Foro di Ercolano, ancora sepolto, con tutto il suo contenuto, al di sotto della città moderna, o a Paestum, in cui i nuovi scavi in corso stanno regalando interessanti sorprese. A dirla tutta, ciascuna delle 24 città prese in esame in Andare per le città sepolte ha ancora molto, moltissimo da raccontare: toccherà agli archeologi di oggi e di domani portare avanti la ricerca, non solo con nuovi scavi, ma anche e soprattutto concentrando le forze sulle tante strutture già visibili, spesso scavate frettolosamente nei secoli scorsi e solo parzialmente studiate e pubblicate.


Tutti immaginiamo l’archeologo intento a scavare per riportare alla luce un nuovo manufatto. Dopo però viene il lavoro, forse più oscuro ma altrettanto importante, di catalogazione e interpretazione di ciò che si è scoperto. Come si  svolge questa delicata fase di studio?


Si tratta di una parte importante della ricerca, fondamentale per trovare risposte nei reperti e nei dati emersi nel corso di scavi e ricognizioni. Un lavoro complesso, che richiede tempo e risorse, e che si svolge per gran parte nelle sale delle biblioteche, nel chiuso degli uffici e quasi sempre davanti agli schermi di un computer; se il taccuino dell’archeologo, carico di fascino e ricco di schizzi, misure, impressioni di getto (molti di essi, appartenuti a grandi padri della disciplina, sono ormai essi stessi reperti degni delle vetrine di un museo), è ormai di fatto andato in pensione (fatti salvi gli ultimi nostalgici), e le vecchie stanze dipartimentali adibite a depositi di scatole di diapositive e rotoli di disegni sono ormai sempre più rare.


Cosa li ha sostituiti?


I computer della nuova generazione di archeologi che sono chiamati a gestire quantità incredibili di dati, fotografie, acquisizioni 3D, nuvole di punti di scansioni laser, cartografie digitali e disegni, sezioni e planimetrie.


Insomma, l’esplorazione virtuale di un passato tutt’altro che morto.


Infatti. In quei preziosi hard disk, e nell’etere delle nuvole che oggi consentono la condivisione di progetti comuni, si accumulano i tasselli di un mondo di cui gli archeologi cercano di restituire l’immagine.

 

Foto: mosaico sommerso a Baia - di Michele Stefanile 

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