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21/04/2015
ambiente

A piedi per il golfo del Vesuvio

dot A piedi per il golfo del Vesuvio

di Marco Molino Corriere del Mezzogiorno

 

Il viaggio sul litorale vesuviano comincia dall’estrema periferia orientale di Napoli, di fronte a un muro che ci separa dal mare. Dall’altra parte i moli invisibili del porto, le onde del golfo quasi respinte dal cemento e avvelenate dagli innumerevoli scarichi abusivi. Intanto i progetti di risanamento rimangono sulla carta, come attesta un report di Legambiente, mentre gli interventi della Guardia Costiera riescono appena ad arginare i piccoli e grandi episodi di eco criminalità.


Dobbiamo giungere fino all’altezza della stazione San Giovanni-Barra per scorgere un varco tra gli edifici e inoltrarci sulla spiaggia. L’odore pungente di fogna è più intenso di quello salmastro. Alcuni pescatori lanciano l’amo nell’acqua torbida vicino a un tubo nero di mezzo metro di diametro che spunta dal marciapiede e sparisce tra gli scogli. Da queste parti l’azzurro è una conquista difficile, lo rivediamo infatti solo più tardi a Portici, scendendo i tornanti del Granatello, il porticciolo dove i tecnici dell’Arpac hanno recentemente individuato una condotta d’acqua pluviale trasformata per recapitare in mare i reflui domestici di un grande condominio della zona.


In cerca di aria pura, ci spingiamo quindi lungo un’invitante “via Marittima” ad Ercolano, che conduce però tra le rovine di un quartiere abbandonato. Per accedere al mare è necessario infilarsi negli oscuri canaloni che passano sotto i binari della ferrovia. Luoghi appartati in cui la Capitaneria di Porto di Torre del Greco ha scoperto il mese scorso “venti scarichi abusivi realizzati in assenza delle previste autorizzazioni di legge”. E proprio nella città dei coralli troviamo l’unico vero lungomare della costa vesuviana. Sulla spiaggia di sabbia nera e granulosa c’è di tutto: sacchi di plastica, bottiglie, copertoni. Scavalchiamo addirittura un tronco d’albero. Alcune strutture in cemento affondano i piloni quasi nell’acqua.


Comprendiamo perché tutti i Comuni di questa zona rientrano nell’ex area Sin, riconosciuta per legge come contaminata. Diverse le tipologie del pericolo: si va dalle aree industriali dismesse o in attività ai porti, dalle discariche abusive al rilascio nella terra o nel mare di sostanze chimiche. “Prima la responsabilità del recupero ricadeva sul ministero dell’Ambiente – spiega Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania -, adesso invece è la Regione che dovrà farsi carico degli interventi. Ma le complesse procedure burocratiche rallentano enormemente le opere. Da una nostra indagine sullo stato d’avanzamento dei lavori, emerge che al livello di ‘progetto di bonifica’ non è arrivato nemmeno l’uno per cento degli interventi necessari”.


Dopo aver vagato nella terra di nessuno tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia (maledettamente insicura anche alla luce del giorno), la nostra escursione termina sulla foce del Sarno, una colata di fango che arriva dal cuore della Campania. Osserviamo un materasso che galleggia al centro del fiume, stracci sulla riva. “Il Sarno deve depurare un bacino di 2,5 milioni di abitanti – precisa Chiavazzo -. Qualcosa si è fatto, siamo intorno al 60% degli interventi effettuati, ma ancora circa un milione di persone sversano senza controllo”. Eppure in questo quadro desolato, la natura caparbiamente resiste: tra le buste di plastica sguazzano placidamente le anatre.

 

Foto di M. Molino 

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