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17/07/2017
ambiente, storie

A-68, il primo iceberg partorito in diretta

dot A-68, il primo iceberg partorito in diretta
di Paolo Bosso

Mercoledì scorso, 12 luglio, un enorme iceberg esteso quanto la Liguria (5,800 kmq, alla fine dell'articolo altri confronti dimensionali) si è staccato dalla costa orientale della Penisola Antartica, nel Mare di Weddel (67°55' Sud, 60°53' Ovest), a 1,300 chilometri da Capo Horn. «È un evento abbastanza frequente. La particolarità sta nel fatto che l'abbiamo seguito in diretta. Nel 2000, ai tempi dell'iceberg più grande mai registrato, i passaggi satellitari erano più sporadici. Oggi, grazie al satellite Sentinel-1, la frequenza è imparagonabile visto che sorvola ogni sei giorni l'Antartide, praticamente un'osservazione in presa diretta», commenta Carlo Barbante, chimico di estrazione che lavora nella ricostruzione del clima del passato, ordinario dell'Università Ca' Foscari di Venezia e direttore dell'Istituto per la dinamica dei processi Ambientali del CNR.

Nessun pericolo per la navigazione
A-68, questo il suo nome (classificazione progressiva dove “A” sta per longitudine 0° - 90° W, Mare di Bellingshausen, Mare di Weddell), misura 155 chilometri nella massima lunghezza e 46 in larghezza. Un'isola galleggiante alla deriva che potrebbe minacciare le navi in transito? «In generale non ci sono pericoli per la navigazione, tanto meno per quella mercantile, inesistente lì», risponde Barbante. L'US National Ice Center, che monitora Artide e Antartide dal 1995, prevede nei prossimi mesi per l'isbergo “ligure” una deriva verso est-nordest lungo la corrente di Weddel. Considerando poi che si trova in una zona dal fondale relativamente basso, e ha un pescaggio di 190 metri di media con punte massime di 210 metri, c'è la probabilità che si incagli, almeno per un periodo. La cosa certa è che nei prossimi anni si frantumerà in pezzi più piccoli, prima di raggiungere il largo - sempre che non si incagli prima -, entrando nella Corrente Circumpolare Antartica. Barbante prevede un destino tipico per questo grande iceberg: «Incontrerà acque più calde. Inizierà a frammentarsi e rimarrà confinato nella corrente circumpolare che non consente di andare in mare aperto a basse latitudini. Potrebbe anche rimanere incastrato. Sono eventi difficili da prevedere. Comunque sia non ci saranno grossi pericoli per la navigazione», che lì è costituita da un traffico di approvvigionamento delle basi di ricerca e da un flusso turistico sempre più importante. «È un mare estremo - continua il ricercatore del CNR - ma i sistemi di navigazione di oggi si sono molto evoluti dai tempi del Titanic. Possiamo far volare elicotteri e droni che precedono i convogli. I radar vedono iceberg poco più grandi di una piccola imbarcazione. Stiamo parlando di strumenti formidabili che costituiscono una realtà consolidata».

Una rapida velocità di rottura
Le prime crepe di A-68 sono comparse molto tempo prima del distacco, perlomeno dal 2010, anno dei primi rilevamenti. Nel 2016 gli scienziati dell'Operation Icebridge della Nasa e quelli del progetto interdisciplinare europeo MIDAS (Managing Impacts of Deep-seA reSource exploitation, 32 organizzazioni) hanno individuato una crepa estesasi negli anni per quasi 200 chilometri, nella sezione C della piattaforma di Larsen. Da allora un team composto oltre che dai sopracitati anche dall'Agenzia Spaziale Europea, corroborato dai satelliti della NASA come CryoSat-2 (lanciato nel 2010), non l'ha più lasciato solo. La situazione è rapidamente cambiata a gennaio. «È stato in quel momento che abbiamo capito che il “parto” sarebbe stato imminente», commenta Evelyn Bowens dell'ufficio stampa del National Ice Center. Per intenderci, fino a qualche settimana fa era attaccato alla piattaforma antartica per soli 5 chilometri. «Negli ultimi mesi la velocità di rottura è stata esponenziale», spiega Barbante. È questo l'aspetto interessante dell'evento: la repentinità nella formazione di un iceberg molto grande, lungo e stretto, proveniente da un continente esteso quasi il doppio dell'Australia e grande poco più dell'Europa che quotidianamente accumula neve e cede iceberg. 

Gli iceberg non innalzano il livello dei mari
A-68 è tra i dieci iceberg più grandi mai registrati nella storia delle osservazioni di questo tipo, che proseguono sistematicamente dal 1995 col National Ice Center, anno della disintegrazione della piattaforma Larsen A. Il più grosso è stato B-15, staccatosi dalla Barriera di Ross a marzo di diciassette anni fa, decisamente più grande di A-68: esteso 11 mila chilometri, quasi quanto la Campania. Per chi se lo stesse domandando, no, lo scioglimento di A-68 non provocherà un innalzamento dei mari, neanche infinitesimale. Anzi, il risultato finale è controintuitivo: un iceberg sciolto rappresenta il 90 per cento del suo volume da ghiacciato. Questo significa che, dovesse sciogliersi del tutto, la quantità d'acqua immessa nell'oceano sarà grossomodo la stessa, se non minore, del volume che l'iceberg occupa in mare sotto la spinta di Archimede. Piuttosto, ciò che innalza il livello dei mari nel mondo è l'acqua della terraferma, quella contenuta nei ghiacciai di montagna e soprattutto in Groenlandia. Sotto questo punto di vista, sì, il distacco e lo scioglimento di iceberg apporta acqua negli oceani ma indirettamente: costituiscono l'ultima barriera dei ghiacciai che, senza più banchise a trattenerle, finiscono per riversarsi direttamente in mare.

A-68 da qui ai prossimi anni sarà osservato dalla comunità scientifica. «Abbiamo bisogno di dati in situ - conclude Barbante - prelevare campioni, fare bilanci di massa, carotaggi, capire l'evoluzione del continente per ricostruire la storia climatica del pianeta».

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Nda: un ringraziamento particolare per l'ispirazione di questo articolo, nonché per avermi suggerito il ricercatore Barbante, va alla mia amica Mirta Ranaldi
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13 DICEMBRE 2017 ore 17:37
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